Fondi europei, perché l’Italia non riesce a spenderli

Dal 2014 al 2017 l’Italia ha utilizzato solo il 22 per cento dei 73 miliardi ricevuti, posizionandoci al 26esimo posto su 28 per spesa di fondi europei

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Quando si parla di Europa e di quanto l’Unione possa tornare utile all’Italia, uno degli argomenti più dibattuti è quello dei fondi europei. Tuttavia, a ridosso del voto del 26 maggio, occorre fare un po’ di chiarezza sul tema.

Gestione e organizzazione
Innanzitutto, chi gestisce i fondi europei? La responsabilità politica è dei 28 membri della Commissione europea ma i denari finiscono sotto la giurisdizione dei singoli stati nazionali. Oltre il 76 per cento del bilancio comunitario è ripartito in cinque Fondi strutturali e d’investimento: il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), il Fondo sociale europeo (Fes) per l’inclusione e il buon governo, il Fondo di coesione (Fc) per la convergenza economica delle regioni meno sviluppate, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) e il Fondo europeo per pesca e affari marittimi. Il resto viene erogato attraverso sovvenzioni e appalti, i vincitori dei quali vengono pubblicati online sui siti istituzionali.

Chi può accedervi e come
Diversi i soggetti che possono accedere ai fondi europei. Sicuramente le piccole imprese, a cui sono riservati sostegni diretti come le sovvenzioni e indiretti come prestiti e incentivi regolati da programmi nazionali. Opportunità di finanziamento anche per le organizzazioni non governative: condizione fondamentale è che operino senza fini di lucro in almeno uno dei settori dei fondi. Per i giovani c’è sia il programma Erasmus Plus, che offre opportunità di studio e formazione professionale in uno degli stati dell’Unione europea, sia Gioventù, volto a inserire i ragazzi in un contesto multiculturale. Negli ultimi cinque anni sono stati quasi 80 i miliardi stanziati per i ricercatori. Il progetto Horizon 2020 ha cofinanziato progetti scientifici collegati a diverse branche del sapere. Ma se c’è un settore che ha beneficiato più di tutti dei fondi europei è quello agricolo. I bandi pubblicati premiano pratiche ecologiche a basso impatto ambientale, rispettando la biodiversità, la qualità delle acque e i limiti nelle emissioni. L’apporto si concretizza nell’ammodernamento delle aziende e nella formazione degli imprenditori, favorendo un miglioramento della vita nelle campagne attraverso la fornitura di servizi e l’incremento dell’occupazione.

Soldi italiani
Quanto costa all’Italia finanziare i fondi europei? L’Osservatorio dei conti pubblici italiani dell’Università cattolica di Milano ha provato a contarli. Tra 2014 e 2017 i trasferimenti netti sono stati in media 4,5 miliardi l’anno. Una cifra che, se rapportata al Prodotto interno lordo (Pil), colloca il nostro paese all’ottavo posto. Prima di noi Olanda, Germania, Svezia, Regno Unito, Danimarca, Francia e Austria. I soldi arrivano dall’Imposta sul valore aggiunto (Iva), dazi doganali e contributi diretti degli stati. Nel 2017 il trasferimento lordo è stato di 13,8 miliardi, pari allo 0,8 per cento del Pil. A essere tornati sono solo 9,8 miliardi, lo 0,57 per cento. Più generosi di noi Francia (13,5 miliardi), Polonia (11,9 miliardi) e Germania (10,9 miliardi). In termini assoluti, quindi svincolati dal rapporto con il Pil, nel 2017 l’Italia è il quarto contributore con circa 4 miliardi, sotto a Germania 12,8 miliardi, Regno Unito (7,4 miliardi) e Francia (4,4 miliardi). Per l’Italia i problemi sorgono con il loro utilizzo. La “regola del disimpegno automatico” prevede che le risorse non spese entro la fine del terzo anno successivo vengano ritirate. Dal 2014 al 2017 l’Italia ha utilizzato solo il 22 per cento dei 73 miliardi ricevuti, posizionandoci al 26esimo posto su 28 per spesa di fondi europei.

Cosa ci ostacola?
Di tutto: dalla lentezza della pubblica amministrazione alla solita burocrazia, dall’assenza di competenze in euro-progettazione alla penuria di liquidità con cui cofinanziare i progetti. Il problema quindi continua a essere strutturale e se si vuole cercare un colpevole della mancata spesa, purtroppo, non dovremmo far altro che guardarci allo specchio.  

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