Giovani, dal Sud al Nord alla ricerca di un futuro da costruire

Secondo uno studio della Svimez sono 57 i laureati che ogni giorno abbandonano la loro regione d’origine in cerca di fortuna. Su Momento Italia le storie di chi ce l'ha fatta e di chi, invece, è dovuto tornare sui suoi passi

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Riprende l’esodo dei giovani meridionali verso il Nord. È quanto emerge da un’analisi Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Secondo lo studio sono 57 i laureati che ogni giorno abbandonano la loro regione d’origine in cerca di fortuna. Le mete preferite rimangono, come in passato, Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna. Nel corso degli anni i traslochi dal Sud al Centro Nord sono tra i 120 e i 130 mila. In particolare si è passati dai 9 mila del 2002 ai 21 mila del 2016. Quadruplicati i cambi di residenza, che in 16 anni sono arrivati a 221 mila, di cui 163 mila ad opera di under 35. Coloro che invece hanno scelto la vita del pendolare sono quasi 145 mila, in crescita del 5,5 per cento rispetto allo scorso anno e del 30 per cento rispetto al 2015.

Con la valigia in mano…
Gli esodi dal Meridione non sono certo una novità nella storia italiana. Ciò che è cambiato è il tipo di formazione dei migranti nostrani, prevalentemente universitaria. Movimenti interregionali si registrano sin dalla scelta dell’Ateneo: nell’anno accademico 2016/2017 175 mila studenti meridionali hanno intrapreso un percorso di studi al Centro-Nord, mentre appena 18 mila hanno fatto la scelta opposta.

Le storie
«Sono partita dal mio paese quando avevo diciotto anni – racconta Marzia, 30 anni, originaria di Novara di Sicilia -. Per un periodo ho provato ad andare a scuola nella mia regione, ma alcune zone della Sicilia sono veramente mal collegate e il liceo più vicino era a diversi chilometri di distanza. Alle ore in aula dovevo aggiungere viaggi stancanti per andare e tornare. Mio padre è un imprenditore edile e ha a che fare tutto il giorno con contratti precari, disoccupazione, competenze sottostimate. Così ha deciso di farmi studiare a Padova. Per me è stato difficile ambientarmi, soprattutto all’inizio. L’accento meridionale non è stato ben visto dai miei compagni di classe, che non esitavano a darmi della “terrona”. A oggi però sono felicissima di aver fatto questa scelta. Mi sono mantenuta agli studi lavorando come commessa con contratti part time trimestrali. Al momento ho una laurea in Biotecnologia e sono rappresentante di medicinali: finalmente ho trovato lavoro nel mio campo di studi».

Ma c’è anche chi dal Settentrione è stata sedotta e abbandonata. «Ho studiato all’università di Messina, poi mi sono trasferita nella provincia di Siracusa per lavoro – ci ha raccontato Angela, anche lei trentenne, di Barcellona Pozzo di Gotto -. Mi sono laureata in Terapia della neuro-psicomotricità infantile. Ho lavorato presso cliniche private a partita Iva ed ero pagata a prestazione. C’erano periodi in cui avevo molti pazienti, in altri le chiamate erano pochissime. A Siracusa ho incontrato Carlo, mio marito. Lui lavorava nell’agenzia di vigilanza del padre. Era un buon impiego, ma poi la ditta è fallita e Carlo si è ritrovato senza lavoro. Una volta disoccupato ha iniziato a studiare per i concorsi pubblici. Non si è posto limiti e ha tentato in tutta Italia. Era riuscito a trovare un impiego presso l’ufficio anagrafe di un comune vicentino. Aveva firmato un contratto part time indeterminato di circa 1100 euro al mese, ma era lontano 50 chilometri da casa e metà dello stipendio se ne andava in carburante, l’altra in affitto. Io ho lasciato il mio lavoro per seguirlo. Speravo che le cose sarebbero andate meglio al Nord, ma non è stato così. Abbiamo vissuto con un solo stipendio per diversi mesi. Carlo non era molto felice lì: il comune era piccolo e il lavoro gli risultava molto monotono. Siamo tornati in Sicilia perché avevo ricevuto un’offerta in una clinica privata di Messina, ma sono rimasta incinta e mi sono dovuta licenziare: non ce la facevo a portare avanti gravidanza e lavoro».

 

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