Giustizia, Di Matteo contro Bonafede: “Ora dica chi non mi voleva a capo del Dap”

Una “credibilità istituzionale compromessa”. Quella di Bonafede per la nomina di Di Matteo a capo del Dap, prima promessa e poi negata nel giugno del 2018. Ancora l’ex pm di Palermo e ora togato del Csm Nino Di Matteo contro il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Davanti alla commissione parlamentare Antimafia, cioè nella sede istituzionale che Di Matteo ha imposto come condizione per ricostruire il suo contrasto con il ministro della Giustizia, l’ex pm protagonista del processo sulla trattativa Stato-mafia ripete esattamente, ma con molti più dettagli,  quando ha già detto il 3 maggio in una telefonata in diretta nella trasmissione Non è l’arena di Massimo Giletti e due giorni dopo con Repubblica. Per quella telefonata Bonafede ha già affrontato al Senato una mozione di sfiducia individuale che è stata respinta dalla maggioranza.

AUDIZIONE

Lo scontro Di Matteo-Bonafede è ormai noto. Di Matteo lo ribadisce: il 18 giugno del 2018, per telefono, Bonafede gli propose di diventare il capo del Dap, ma il giorno dopo, in un incontro a Roma, quando Di Matteo andò al ministero per accettare, Bonafede gli disse che lui preferiva mandarlo alla direzione degli Affari penali, “il posto che fu di Falcone”. Di Matteo lasciò l’ufficio, ma subito dopo richiamò il ministro per un nuovo appuntamento. Il giorno dopo negò recisamente la sua disponibilità, ma sulla porta Bonafede gli disse: “Ci sto rimanendo male…sappia solo che per la direzione degli Affari penali non ci saranno dinieghi o mancati gradimenti che tengano”. Una frase, quest’ultima, che Di Matteo ritiene debba essere chiarita. Perché, dice l’ex pm, “non è compito mio sapere a chi si riferisse, potrebbe dirlo solo Bonafede, ma ritengo che la vicenda non sia più personale, ma istituzionale”.
Nella lunga audizione si susseguono i dubbi di Di Matteo. Come questo: “Bonafede sapeva di aver chiamato un magistrato non gradito a tutti, ma che molti non gradivano, quindi io dico se mi chiami e mi proponi il Dap e poi fai marcia indietro, allora  perché mi hai chiamato, perché mi hai esposto ancora, perché di fronte ai mafiosi che non mi volevano mi fai fare la figura di quello – usando il gergo dei mafiosi stessi – che viene ‘posato’”? E ancora, rivolto a Bonafede: “L’equivoco non c’è, non c’è pace perché non c’è stata guerra, qui non c’è una problematica di invidiuzze o di posti che si reclamano, io non ho mai avuto bisogno di andare al ministero, né di rivolgermi a correnti e correntine per andarci, ma io non ho capito il motivo di questo dietrofront”.