Global compact, cos’è il Patto sulle migrazioni e perché l’Italia “tentenna”

Il documento, promosso dalle Nazioni Unite, prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie. Al momento hanno aderito 164 Paesi, il nostro aspetta la decisione del Parlamento

Il fenomeno migratorio è fenomeno di proporzioni complesse, con cause molteplici e spesso ignorate, ridotto troppo spesso a solo allarme sociale e di ordine pubblico. Al contrario le migrazioni sono legate a una serie innumerevole di fattori, che vanno dalle politiche economiche allo sfruttamento della terra, dai modelli di agricoltura ai cambiamenti climatici, dalle guerre tribali a quelle religiose, passando per discriminazioni, credenze e superstizioni. E c’è chi parte semplicemente alla ricerca di un futuro migliore. E’ per questo che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha provato a fissare dei principi comuni per governare un fenomeno così ampio a articolato attraverso quello che viene chiamato Global Compact o Patto Onu sulle migrazioni. Un accordo, non vincolante, adottato nel corso della conferenza intergovernativa che si è svolta a Marrakech in questi giorni. La ratifica da parte dell’Assemblea generale dell’Onu è prevista per il 19 dicembre.  A ratificare il Patto sono stati 164 paesi su 193. Una quindicina di Paesi, soprattutto europei, hanno rifiutato di aderire o hanno congelato la decisione.

La posizione dell’Italia
Il governo italiano, per esempio, non ha partecipato al vertice e valuterà se aderire all’accordo in un secondo tempo, sentito il Parlamento. Ma nella maggioranza di governo non tutti la pensano allo stesso modo. Se infatti la Lega di Matteo Salvini è contraria al Patto, c’è una parte del Movimento 5 stelle – quella più vicina al presidente della Camera Roberto Fico – che sostiene il sì al Patto, un «accordo che ci consentirebbe di non restare soli nella gestione del fenomeno dell’immigrazione».

Ma l’Italia non è l’unica ad essersi defilata. I primi a farlo, nel 2017, sono stati gli Stati Uniti. Poi, a luglio scorso, l’Ungheria del premier Vitkor Orban seguita da tutto il gruppo di Visegrad: Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia. E poi ancora Austria, Bulgaria, Croazia, Israele e Australia. La Svizzera, come l’Italia, ha annunciato che non andrà al vertice in attesa di un pronunciamento del Parlamento. Il patto sui migranti ha provocato una crisi anche in Belgio. Il primo partito della coalizione, N-Va (l’Alleanza fiamminga di destra), ha ritirato i suoi ministri dal governo in contrasto con la decisione del premier Charles Michel di recarsi in Marocco per sottoscrivere l’intesa.

Ma cosa prevede esattamente il Patto?
Secondo il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres è una «roadmap per evitare sofferenze e caos, non viola la sovranità degli Stati e non crea nuovi diritti per migrare, ma ribadisce il rispetto dei diritti umani». Il documento, in tutto 41 pagine, è stato negoziato per oltre 18 mesi e fissa 23 obiettivi da centrare. Quello principale è creare una rete internazionale per l’accoglienza di migranti e rifugiati. Si stima che siano 258 milioni le persone in tutto il mondo che vivono fuori dal loro paese di nascita, pari al 3,4 per cento della popolazione totale. La cifra è destinata a crescere per l’aumento della popolazione e della connettività, l’ulteriore sviluppo del commercio, l’allargamento delle disuguaglianze, gli squilibri demografici e i cambiamenti climatici. Secondo le cifre fornite a luglio dall’Onu, dal 2000 ad oggi, 60 mila persone sarebbero morte in mare, nel deserto o altrove, nella speranza di avere un futuro migliore.

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