Gran Sasso, da domenica chiude il traforo. Italia spaccata a metà

Lo ha annunciato la concessionaria Strada dei Parchi. Il motivo? «Evitare di incorrere in ulteriori contestazioni correlate a presunti pericoli di inquinamento delle acque di superficie»

Scatterà alla mezzanotte di domenica 19 maggio la temuta chiusura del traforo del Gran Sasso, sull’A24, nel tratto fra Assergi e Colledara-San Gabriele, in entrambe le direzioni. Lo ha annunciato direttamente sul suo sito Strada dei Parchi Spa, concessionaria delle autostrade A24 e A25, sottolineando che la decisione è stata presa «per evitare di incorrere in ulteriori contestazioni correlate a presunti pericoli di inquinamento delle acque di superficie». In sostanza, scrive Repubblica: «come hanno sottolineato all’Ansa fonti della società, gli amministratori (di Strada dei Parchi Spa, ndr) vogliono presentarsi alla prima udienza del processo, fissata il 13 settembre prossimo, senza rischiare l’accusa di reiterazione del reato di inquinamento ambientale». Da qui la decisione di chiudere il traforo a tempo indeterminato.

Ma cosa è successo?
Facciamo un passo indietro. Tutto nasce da un’inchiesta della procura di Teramo sul rischio di inquinamento delle falde acquifere del Gran Sasso, dopo che nel 2002 era avvenuto uno sversamento di materiali tossici fuorisciti dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, che ha i laboratori proprio all’interno della montagna. «Tra il 2016 e il 2017  –  scrive ancora Repubblica – nelle acque potabili era stata rilevata la presenza di toluene, imponendo la chiusura dei rubinetti in buona parte della regione. Un’inchiesta che aveva portato al rinvio a giudizio di 10 dirigenti tra i vertici di Strada Parchi spa, concessionaria delle autostrade A24 e A25, della Ruzzo reti Spa, società pubblica del ciclo idrico integrato del Teramano, e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare del Gran Sasso».

La posizione della società
«La Strada dei Parchi non ha il potere di intervenire nella situazione che c’è e che richiederebbe l’impermiabilizzazione della galleria con una spesa che si aggira intorno ai 170 milioni di euro. Il ministero delle Infrastrutture ci ha risposto che noi non dobbiamo intervenire quindi il governo ha detto che Strada dei Parchi non ha la competenza. Serve un commissario di Governo come previsto dallo sblocca cantieri. Noi siamo rinviati a giudizio, c’è rischio di ulteriori pregiudizi nell’azione penale avviata contro di noi: essendo impossibilitati a muoverci, abbiamo dovuto prendere l’unico provvedimento possibile e cioè chiudere la galleria per evitare nuove accuse». A spiegarlo in un’intervista al Giornale Radio Rai, è Mauro Fabris, vicepresidente Strada dei Parchi. Sul Commissario governativo Fabris aggiunge: «E’ previsto dallo sblocca cantieri, decreto che sarà convertito in legge a giugno. Commissario che a oggi non ha risorse né i poteri per gestire il traffico della galleria dove c’e’ il laboratorio del Gran Sasso, anch’esso proprietà dello Stato. Non si può chiedere alla concessionaria di rischiare penalmente ancora una volta e lasciare che lo Stato proprietario non intervenga».

Rischio revoca concessione
La decisione di chiudere il traforo e di fatto tagliare a metà l’Abruzzo ha, però, inevitabilmente scatenato le polemiche. Prima tra tutte quella del sottosegretario M5S Gianluca Vacca che ha sottolineato come la chiusura sarebbe una «interruzione di pubblico servizio» da parte della società, che potrebbe portare alla «revoca immediata della concessione».

Le polemiche
Non solo, sull’argomento è intervenuta anche la direzione della Asl Avezzano-Sulmona-L’Aquila che, per bocca di Simonetta Santini, direttore generale facente funzione, ha sottolineato come con la chiusura «Non sarebbero più garantite le prestazioni salvavita perché i percorsi alternativi sono impraticabili». «Gli interventi d’urgenza, dall’ospedale di L’Aquila a quello di Teramo – afferma la Santini – sarebbero a forte rischio poiché i ritardi nel trasporto del paziente metterebbero a repentaglio la vita del malato o, più realisticamente, potrebbero causarne il decesso durante il tragitto». «La nostra Asl, per affrontare specifiche emergenze – dice – ha una convenzione con la Asl di Teramo per la cardiochirurgia e per la chirurgia toracica, branche di cui il San Salvatore è privo. Identica problematica, in senso inverso, vale per l’ospedale di Teramo che, non disponendo della radiologia interventistica e della Tin (terapia intensiva neonatale) deve rivolgersi al presidio del capoluogo regionale. Cosa accadrebbe su entrambi i fronti, con le ambulanze impossibilitate a transitare sull’autostrada e a trasferire velocemente i pazienti nei tempi compatibili per salvare la vita dei malati? Oltre a questo importante, prioritario aspetto, l’interruzione della viabilità penalizzerebbe ulteriormente i residenti delle zone interne, già gravati da costi assai esosi nella fruizione  di alcune prestazioni sanitarie».

«Mentre in Italia si discute della chiusura dei porti -ironizza il presidente regionale della Cna Abruzzo, Savino Saraceni – forse sarà pure il caso che qualcuno si occupi, più semplicemente, di tenere aperte le autostrade. Va garantita ovviamente la doverosa messa in sicurezza di sistemi idrici, così come la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture, ma non si può mettere in ginocchio una regione intera chiudendo tutto, e costringendola così a un salto all’indietro di decenni».

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