Guardia di Finanza: Iptv, per gli “abbonati” più rischi che vantaggi

Il capo del Nucleo Frodi Tecnologiche delle Fiamme Gialle spiega a Momento Italia che per i "pirati" della tv le conseguenze legali possono essere durissime. Per non parlare della sicurezza informatica

Guardia di finanza

Un risparmio che può costare molto caro. Sembra una contraddizione ma è la realtà. La pirateria informatica sta assestando l’ennesimo duro colpo al diritto d’autore e al settore audiovisivo. Stavolta però a rischiare di più sono gli utenti. Per vari motivi. Tutta colpa di una semplice connessione Internet (o, per chi non possiede una Smart Tv, di un piccolo decoder). Il nome tecnico è IPTV (Internet Protocol Television) ma è conosciuto soprattutto col nome di “pezzotto”: l’abbonamento contraffatto che, sfruttando la Rete, consente di fruire dei contenuti di qualsiasi piattaforma (Sky, Dazn, Mediaset Premium, Netflix, ecc.). Sia in diretta streaming che on-demand.

Un congegno che esiste da anni ma che, negli ultimi mesi, ha visto un boom di richieste. Lo “spacchettamento” dei diritti del calcio (principale bacino di spettatori) ha quasi imposto la sottoscrizione di un doppio abbonamento. A cui vanno aggiunti i costi per godere di film e serie tv. Una spesa non affrontabile per molte famiglie. Così, di fronte alla prospettiva di avere tutto a poco più di 10 euro al mese in tanti si sono fiondati sull’opportunità: si stima che, attualmente, in Italia ci siano oltre 2 milioni di utenti dei servizi IPTV. Ma quanti di loro conosceranno le conseguenze, non solo giuridiche, di tale pratica?

Andiamo con ordine: come funziona l’IPTV?
Bastano pochissimi elementi: una connessione veloce e un televisore di ultima generazione (o in alternativa un decoder). Sui cui installare una delle tante App presenti sul mercato e un file di codice (il vero database illegale) che permetterà di visualizzare la programmazione dei canali ufficiali e contenuti precedentemente scaricati. Una sorta di “mosaico”, simile a quello delle piattaforme ufficiali, aggiornato di continuo. «
L’incomparabile varietà di contenuti rispetto ai singoli servizi a pagamento e il loro prezzo di vendita – ci conferma il Colonnello Giovanni Reccia, comandante del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza – ha generato un forte interesse da parte del consumatore finale, attratto oltretutto dall’estrema versatilità di un sistema non più legato a decoder e parabole».

A garantire il transito dei dati, infatti, è una connessione VPN (Virtual Private Network), che consente il passaggio di pacchetti di dati in modalità criptata. Ma le tracce vengono lasciate lo stesso. «Non esistono particolari ostacoli di ordine tecnico per il monitoraggio e l’identificazione di questi servizi», assicura Reccia. Il problema, semmai, è di carattere geografico-logistico. «Le piattaforme web (da cui parte il segnale) – continua il Colonnello – sono sempre localizzate in territorio estero (spesso extra-europeo), gestite da organizzazioni criminali strutturate; inoltre l’utilizzo di un numero sempre crescente di server di ritrasmissione obbliga a un intervento congiunto di più Paesi con attività di polizia». Non facile.

Nel frattempo il mercato prolifera
E mentre chi smercia servizi del genere è ben conscio dei rischi, non è detto che gli utenti lo siano. Cosa gli potrebbe accadere? «
L’art.171 octies della legge sul diritto d’autore (n.633/1941) – spiega il Col. Reccia – punisce con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e con una multa da 2.582,29 euro a 25.822,86 euro chiunque a fini fraudolenti utilizzi apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive via etere, via satellite, via cavo, in forma analogica o digitale; quindi anche gli utilizzatori finali». Ma non finisce qui: «Chi acquista un servizio illegale di trasmissione IPTV – continua incorre anche nel reato di ricettazione, che punisce con la reclusione da 2 a 8 anni e con la multa da 516 euro a 10.329,14 euro chiunque acquisti cose provenienti da un qualsiasi delitto, al fine di procurare a sé un profitto, nello specifico usufruire gratis di una PayTv».

E poi c’è tutto il capitolo dei rischi informatici
Il vero guadagno del fornitore delle IPTV è il cliente stesso. O, meglio, i suoi dati sensibili. Il fatto di essere sempre connesso “vende” gratuitamente informazioni in grado di geolocalizzarci (su tutte l’IP da cui ci si collega), di capire le nostre abitudini, di avere l’indirizzo mail con cui ci si registra al servizio, i dati di navigazione, le preferenze di ricerca. Un ricco database con cui imbastire attacchi informatici mirati, inviando virus e spyware che controllano i nostri movimenti online. Uno studio condotto da EUIPO (Ufficio della UE per la proprietà intellettuale) ha rilevato, su mille siti web sospettati di condividere contenuti pirata, l’esistenza di ben 4 mila file contenenti malware o programmi indesiderati. Peccato non ci sia piena consapevolezza di ciò: in base all’ultimo Rapporto Fapav/Ipsos solo il 55 per cento degli utenti (il 49 per cento tra gli adolescenti) che scaricano o accedono in streaming illegalmente ne conosce le insidie per la propria sicurezza.

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