Ictus, nei prossimi anni il 34 per cento di casi in più. Ma prevenire si può

Intervista alla dottoressa Valeria Caso, neurologo presso la Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, presidente dell’European Stroke Organisation e membro del Consiglio Direttivo dell’Osservatorio Ictus Italia

prevenzione ictus

Oltre 600 mila persone nel 2015 sono state colpite da ictus in tutta l’Unione europea. Un numero destinato a crescere secondo il rapporto “L’impatto dell’Ictus in Europa”, condotto dai ricercatori del King’s College di Londra, per il quale tra il 2015 e il 2035 i casi aumentareanno del 34 per cento. Sempre secondo il Rapporto, entro il 2035 ci sarà una crescita del 45 per cento dei casi di morte conseguenti a ictus e del 25 per cento di chi sopravvivrà con danni permanenti. Ma prevenire l’ictus si può, così come è possibile aiutare chi ne è stato colpito ad avere una vita il più possibile simile a quella precedente la malattia. Ne parliamo con la dottoressa Valeria Caso, neurologo presso la Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, presidente dell’European Stroke Organisation dal 2016 al 2018 e membro del Consiglio Direttivo dell’Osservatorio Ictus Italia.

L’ Action Plan for Stroke in Europe 2018-2030 si pone obiettivi ambiziosi da raggiungere entro il 2030. Per primo quello di ridurre il numero assoluto di casi di ictus in Europa del 10 per cento. Quale strada seguire?
«L’ictus è una condizione ampiamente prevenibile. Condivide i fattori di rischio con altre malattie cardio-vascolari e anche con molte malattie non infettive o non trasmissibili. La prevenzione richiede interventi a livello individuale e sociale. Quindi smettere di fumare è un intervento individuale, mentre affrontare l’inquinamento atmosferico è un intervento amministrativo. I comportamenti individuali dovrebbero essere incoraggiati con interventi di sanità pubblica che prendono di mira i fattori di rischio più comuni, tra cui scoraggiare l’abitudine al fumo e incoraggiare uno stile di vita sano».

Alimentazione e stili di vita sono importantissimi. Quali regole da seguire?
«Non c’è una dieta ma esistono invece delle buone regole alimentari, da mettere in pratica con regolarità e costanza. In caso di sovrappeso (in media una circonferenza addominale superiore a 88 cm per le donne e 102 per gli uomini) si dovrebbe impostare con il medico curante o con un nutrizionista una dieta a basso contenuto calorico. Importante poi ridurre il consumo di sale. Questo significa fare attenzione a non aggiungere sale alle pietanze già cotte (o impiegarne al massimo 3-5 gr al giorno) e a quello già presente all’interno dei prodotti industriali. Ridurre il consumo di pane e prodotti da forno. Evitare alimenti conservati sotto sale o sott’olio, precotti o preconfezionati e salse. Abolire (o limitare al massimo) le bevande gassate, gli alcolici e i superalcolici. Prediligere condimenti semplici, come sughi di pomodoro o alle verdure per la pasta, e brodo vegetale per risotti, pasta o riso. Preferire cotture al vapore, ai ferri, alla griglia e al cartoccio per carni e pesci; a lesso, al vapore o al forno per le verdure. Privilegiare le carni bianche e limitare quelle rosse. Incrementare il consumo di pesce a 3-4 volte la settimana, con preferenza di pesce azzurro ad alto contenuto di acidi grassi Omega3, che inibiscono l’aggregazione piastrinica. Consumare 2 uova alla settimana. Preferire i grassi di origine vegetale, quali l’olio extra vergine di oliva, evitando il più possibile quelli animali».

In Italia l’assistenza conosce molte differenze da regione a regione?
«In Italia sono attivi 195 centri Ictus ma seguendo le indicazioni del Dm 70/2015 che prevede mediamente un centro di primo livello (abilitato solo per la trombolisi) ogni 200.000 abitanti e un centro di secondo livello (abilitato per trombolisi e trombectomia) ogni milione di abitanti, ci vorrebbero complessivamente circa 300 centri, fra i quali 240 centri con sole funzioni di primo livello e 60 centri con funzioni di secondo livello. Mancano all’appello, dunque, oltre 100 unità specializzate, un terzo di quelle previste, soprattutto al Sud dove appare evidente la disparità di cura rispetto ai pazienti del Nord. Così, mentre Liguria, Friuli, Veneto e Alto Adige hanno un tasso di intervento superiore al 100 per cento, la Sicilia viaggia al 39 per cento, la Campania al 10 per cento mentre il Molise resta addirittura a zero. L’80 per cento dei centri si concentra nelle regioni settentrionali».

 

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