Il primo novembre l’Unione europea compie venticinque anni

Nel 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht che portava a compimento l’idea di creare un’unione politica da affiancare alla Comunità economica europea

Unione europea

Il 1° novembre di quest’anno l’Unione europea entra nelle sue venticinque primavere. Insomma, la creatura nata nel 1993 è diventata adulta, ma è lecito dire che non è cresciuta troppo, come ci si sarebbe aspettato quando in quella stessa data acquistava l’ufficialità il Trattato di Maastricht, siglato il precedente 7 febbraio 1992, in una allora sconosciuta località olandese, da 12 dei paesi membri della già nata Comunità economica europea, cioè Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna. L’Italia avrebbe ratificato il Trattato nell’ottobre del 1992.

Tra vocazione e scetticismo
Nel 2013, dopo l’adesione della Croazia, l’Unione europea arrivò a contare 28 stati membri, oggi 27, dopo l’uscita della Gran Bretagna. Altre sei nazioni sono candidate ad entrarvi, l’ultima in ordine cronologico l’Albania, con domanda approvata nel giugno del 2014. Lo storico atto formale di nascita dell’Unione europea si intreccia inevitabilmente con quanto fu deciso a Maastricht, da cui scaturisce, ma la cui rigidità ha creato negli anni diversi problemi, trasformando l’originaria e diffusa vocazione europeista di diversi paesi in un atteggiamento pesantemente scettico, che oggi sta mettendo in discussione la stessa istituzione. Da molti anni ormai nell’intenso dibattito pubblico sulla crisi economica e politica che attanaglia l’Unione europea, si fa spesso riferimento proprio al Trattato di Maastricht, basato su “tre pilastri”: CE (Comunità Europea), PESC (Politica Estera e Sicurezza Comune) e GAI (Giustizia e Affari Interni).

Regole e prospettive
I cosiddetti parametri di Maastricht, parametri economici di convergenza che ogni paese avrebbe dovuto rispettare per entrare a far parte dell’Unione, sono ormai puntualmente al centro delle più accese discussioni . Essi riguardano, come ricorda Giovanni Castellini Rinaldi nel suo “25 anni del Trattato di Maastricht”, la stabilità dei prezzi, la situazione delle finanze pubbliche, il tasso di cambio e i tassi d’interesse a lungo termine. Più precisamente, il tasso d’inflazione non dovrebbe essere superiore dell’1,5 per cento rispetto a quello dei paesi più virtuosi, il rapporto tra deficit pubblico e Pil non dovrebbe superare il 3 per cento, il rapporto tra debito pubblico e Pil non dovrebbe essere superiore al 60 per cento e il tasso d’interesse a lungo termine non dovrebbe superare del 2 per cento quello medio degli stessi paesi più virtuosi. Per quel che riguardo il tasso di cambio, il Trattato poneva le basi per la nascita dell’euro. E’ un fatto, tuttavia, che questi parametri, in particolare il deficit e il debito pubblico, sono stati fino ad oggi costantemente disattesi dalla totalità dei paesi membri ed è inverosimile che potranno essere rispettati in futuro.

L’Europa di domani
Ventisei anni dopo la stipula del Trattato, il mondo in cui ci troviamo a vivere è completamente cambiato, la più grave crisi economica di tutti i tempi ha fatto danni difficilmente superabili e i paesi dell’Unione, cenerentola globale per crescita e sviluppo, stentano ad uscirne, proprio per la rigidità intrinseca di quella specie di “capestro” europeo che ne ha depresso le prospettive. Al punto che sono all’ordine del giorno, ormai da anni, le richieste di riforme, fino alla recentissima ipotesi di un’Unione Europea “a due velocità”. L’implosione della cosiddetta costruzione europea, purtroppo, non è più una parola innominabile. Certamente sarebbe un disastro tornare indietro, ma a Bruxelles dovrebbero aver capito che perseverare nel fingere che tutto vada bene equivale a marciare dritti verso un suicidio consapevole.

 

 

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