Immigrati, la seconda generazione e la sfida del lavoro

Intervista al professor Paolo Inghilleri, docente di Psicologia sociale e ambientale e transculturale all'Università Statale di Milano

lavoro

Tra la vittoria di Mahmood a Sanremo e la cittadinanza per i piccoli eroi del bus incendiato a Milano, diventa sempre più attuale il tema degli immigrati di seconda generazione. I loro genitori sono nati in altri Paesi, ma loro sono nati qui o comunque ci vivono sin da piccoli. Eppure se ne discute di continuo l’italianità e questo può mettere in salita il loro inserimento nella società.

Per fare chiarezza a riguardo, Momento Italia ha intervistato il professor Paolo Inghilleri, docente di Psicologia sociale e ambientale e transculturale all’Università Statale di Milano. Nel suo lavoro di ricerca si è occupato spesso di queste tematiche e spiega radici e possibili soluzioni di un fenomeno che coinvolge scuola, famiglie e mondo professionale.

Quando si è iniziato a parlare di immigrati di seconda generazione e come si è evoluto il discorso scientifico sul tema?
«L’attenzione della psicologia è cominciata con l’aumentare dei flussi migratori, nei primi anni Duemila. Il problema centrale, all’inizio, era il loro disagio nell’inserimento della società. Oggi ci si concentra su altro: ci troviamo davanti ad adolescenti con un alto grado  di resilienza. Hanno una complessità molto ricca e capacità spesso più sviluppate dei loro coetanei italiani. Dalle difficoltà di partenza sono arrivati a raggiungere traguardi importanti».

Che ruolo hanno le prime esperienze lavorative nel loro processo di integrazione?
«Per i loro genitori il lavoro era un momento centrale per entrare nella cultura italiana, come testimoniano recenti ricerche scientifiche. La nuova generazione si sente invece italiana ancor prima dell’affermazione professionale. Anzi la complessità di cui parlavo prima è per loro una marcia in più. Riescono a mettere insieme due mondi, quello da cui proviene la loro famiglia e quello in cui vivono ora».

Secondo i suoi studi qual è il modo per bilanciare al meglio queste due componenti?
«Innanzitutto bisogna tenere presente le aspettative familiari: come succede in qualunque cultura i figli devono cercare di differenziarsi e trovare un proprio ruolo nella società. Nel caso specifico degli immigrati pesano la fatica del viaggio, gli sforzi per raggiungere una stabilità economica e vogliono trovare risarcimento attraverso il successo dei figli. Tali richieste possono essere di sprono in alcuni casi e dannose in altre. La sfida è tutta qui. A ciò si aggiunge il forte legame con gli altri parenti rimasti al Paese d’origine: nonni, zii, cugini. Con l’avvento dei social tali relazioni non sono più mediate dai genitori, ma avvengono tramite Instagram, Facebook, Skype. Attraverso questi strumenti possono condividere ad esempio con i coetanei lontani le stesse modalità di svago: film, musica e così via».

Verso quali ambiti sono più soliti dirigersi e come vengono accolti?
«In genere cercano di trovare mestieri in cui poter mettere insieme la cultura d’origine con quella di arrivo. Penso agli africani, i quali mirano a ruoli di leadership perché nella loro tradizione il capo della comunità gioca un ruolo decisivo. Allo stesso modo i cinesi, per come è impostata la loro realtà di provenienza, hanno maggiore attitudine per il lavoro di gruppo. Da parte della società c’è assoluta apertura nei loro confronti. Ad esempio con il Politecnico di Milano sto collaborando a un progetto di formazione professionale nel campo dell’edilizia da svolgersi nella periferia di Pioltello, comune a est del capoluogo lombardo e molto popolato da immigrati. I loro figli avranno la possibilità di apprendere le competenze per costruire le case dove andranno ad abitare. L’obiettivo è renderli imprenditori di se stessi».

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