Immigrati, ne abbiamo bisogno per garantire la tenuta del sistema?

Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali si è posto questa domanda muovendo dalla necessità di verificare la correttezza delle argomentazioni oggi più diffuse in materia di immigrazione

immigrati

Negli ultimi mesi, anche a seguito di alcune proiezioni statistiche elaborate dall’Inps, è stata molto dibattuta la tesi secondo la quale, senza una quota crescente di migranti, il sistema di protezione sociale italiano diverrebbe insostenibile. Ma quali sono i reali effetti dei flussi migratori sull’occupazione italiana e sul suo sistema di welfare pubblico? E’ questa la domanda che si pone l’ultimo approfondimento a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali dal titolo “I dati sull’immigrazione, verità scientifiche o teoremi?”, muovendo dalla necessità di verificare la correttezza delle argomentazioni oggi più diffuse in materia di immigrazione, a cominciare da quelle – spesso critiche – rivolte alla scelta attuata, a partire dal 2011, di bloccare nuove quote d’ingresso per motivi di lavoro.

Competenze e salari
«Gli immigrati hanno certamente rivelato una maggiore reattività agli effetti della crisi, ma ciò è avvenuto al prezzo di una penalizzazione dei salari lordi con un incremento del differenziale dal 30 per cento al 40 per cento rispetto a quelli percepiti degli italiani». Così spiegano Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, e Natale Forlani, autori dell’approfondimento. «Uno dei problemi di fondo – commenta Brambilla – è l’incapacità  italiana di investire sulle competenze acquisite nei Paesi d’origine, tanto che gli immigrati che vengono in Italia sono per la maggior parte di bassa istruzione, bassa qualificazione professionale e spesso occupati come manovalanza a basso prezzo, quando non addirittura “nero”, con l’effetto ancor più negativo di abbassare gli standard retributivi e lavorativi per tutti i lavoratori».

Gli autori auspicano, quindi, «una politica sull’immigrazione concretamente ponderata sulla base dei fabbisogni della domanda e dell’offerta di lavoro sul territorio nazionale, nell’ambito di intese con i Paesi extracomunitari (e non solo in via di sviluppo) che  favoriscano una reciprocità di accesso a nuove opportunità  professionali».

I numeri: occupati e disoccupati
Andando nel dettaglio, Brambilla e Forlani spiegano che, secondo dati Istat e le rilevazioni del ministero dell’Interno sull’andamento dei permessi di soggiorno regolari, la popolazione di origine straniera residente in Italia nel periodo corrispondente al blocco delle quote per motivi di lavoro (2011-2016) è aumentata di circa 1,4 milioni di unità, di fatto 2,2 milioni di persone se si considera che, nel frattempo, circa 800 mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Un aumento imputabile soprattutto a nuove nascite e ricongiunzioni familiari per i cittadini extracomunitari e agli effetti della libera circolazione per i neocomunitari che, nel periodo considerato, hanno assorbito il 40 per cento delle attivazioni di nuovi rapporti di lavoro riguardanti cittadini stranieri. Altrettanto interessanti i dati riguardanti l’andamento della disoccupazione: tra il 2010 e il 2016, a fronte di un crollo del tasso di occupazione degli immigrati dal 67 per cento al 58 per cento (56 per cento per i soli extracomunitari), in relazione a una crescita della popolazione in età di lavoro superiore a quella dell’occupazione, il tasso di disoccupazione specifico è salito fino al 17,9 per cento nel 2013, per attestarsi oggi intorno al 15 per cento, pari a circa 420 mila persone in cerca di lavoro. Al 2017, gli immigrati rappresentano nel Centro-Nord, che pur è l’area del Paese che maggiormente ne registra la partecipazione al mercato del lavoro italiano, il 25 per cento del totale delle persone in cerca di impiego.

Non solo: come evidenzia lo studio, l’uscita dalla crisi ha cambiato volto al mercato del lavoro italiano delineando un quadro, all’interno del quale, riaprire le quote di ingresso per motivi di lavoro produrrebbe effetti drammatici per i lavoratori immigrati già presenti sul territorio e, più in generale, per i lavoratori scarsamente qualificati. La crisi ha determinato anche l’aumento, fino a quota 30 per cento, delle persone immigrate e dei loro nuclei familiari in condizioni di povertà assoluta; non da meno (35 per cento) la quota di persone e famiglie in condizioni di povertà relativa. Fenomeni che, oltretutto, nel solo Centro-Nord, arrivano ad avere un’incidenza fino a 8 volte superiore rispetto a quella registrata per le famiglie italiane della stessa zona. Per Itinerari Previdenziali, «l’uscita dalla crisi ha cambiato volto al mercato del lavoro italiano delineando un quadro, all’interno del quale riaprire le quote di ingresso per motivi di lavoro produrrebbe effetti drammatici per i lavoratori immigrati già presenti sul territorio e, più in generale, per i lavoratori scarsamente qualificati».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

diciannove + 3 =