Investimenti, i Millennial tra finanza responsabile e paura del futuro

Per Diego Martone, presidente di Demia, una delle cause dell’incertezza è il «mix in corso tra le promesse elettorali e le attese di entrata in vigore di norme che nel percepito potrebbero cambiare radicalmente (o meno) il quadro»

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Pronti, partenza… stop. Gli under 35 sarebbero pronti a entrare sul mercato e a scommettere su prodotti sostenibili. Cosa li ferma? La mancanza di capitali. SdaBocconi e Banca Generali hanno pubblicato la ricerca “Finanza sostenibile e giovani: cosa c’è oltre il profitto?”. I risultati dimostrano come, con l’allungarsi dell’aspettativa di vita, la gestione dei risparmi dei nonni da parte dei nipoti venga ritardata. A differenza delle generazioni precedenti, sarà perché possiedono un’istruzione superiore o perché hanno visto ipotecare il loro futuro da investimenti spericolati, i Millennial preferiscono una finanza più responsabile.

L’esperimento
Lo studio è il prodotto di 248 interviste ad altrettanti laureandi specialistici in finanza all’Università Bocconi di Milano. Dai questionari, compilati per il 64 per cento da uomini, è emerso che il 51 per cento aveva sul curriculum un’esperienza di volontariato. E sfatando un pregiudizio diffuso, solo il 12,5 per cento ha ammesso una propensione al rischio, mentre metà ha affermato di non amare l’incertezza e un altro 37 per cento si è dichiarato neutrale. La principale domanda riguardava un investimento in due fondi: uno rendeva il 3 per cento, l’altro il 5 per cento. Il primo è stato scelto dal 29 per cento del campione, mentre il secondo dal 71 per cento. Poi i ricercatori hanno aggiunto una nuova informazione. Nel primo caso il rating, la valutazione del rischio, era AA e nel secondo caso B. Allora gli studenti che avrebbero investito sul fondo più sostenibile sono saliti dal 29 per cento al 48 per cento, mentre quelli pronti a scommettere sul fondo meno sostenibile sono scesi al 52 per cento. Stesso risultato per titoli con pari rendimento, ma con rating diversi.

L’aiuto degli esperti
La ricerca dà risposte anche sul ruolo dei consulenti. Il 61 per cento degli intervistati, nonostante sia inserito in un percorso di studi altamente qualificato, ha ritenuto «assolutamente» necessario il ricorso a un professionista. Il 26 per cento crede di poter farne a meno e il 13 per cento non si è espresso. A differenza dei colleghi europei, gli italiani nati tra il 1984 e il 1993 scontano un gap di competenze. Solo il 24 per cento possiede conoscenze economiche di base e il 34 per cento è insoddisfatto della propria situazione finanziaria. Infatti nel nostro Paese si inizia a investire una volta raggiunta la stabilità reddituale. I pochi privilegiati che la raggiungono preferiscono i titoli di Stato a breve termine. Tanto che, rispetto ai Millennial spagnoli (13 per cento) e inglesi (10 per cento), il 24 per cento degli italiani ha ammesso di possederne. Senza contare che 4 su 10 non hanno alcuna forma di risparmio.

La paura del futuro
Secondo l’ultima ricerca Iwbank, i giovani rimangono vittime della paura del futuro. Tanto che 2 su 10 lo associano a un tempo inferiore a 1 anno, mentre 6 su 10 non vanno oltre i 5 anni. Per Diego Martone, presidente di Demia, una delle cause dell’incertezza è il «mix in corso tra le promesse elettorali e le attese di entrata in vigore di norme che nel percepito potrebbero cambiare radicalmente (o meno) il quadro, sebbene al momento non si intravedono segnali forti in tal senso». Per questo i Millennial cercano una relazione personale e duratura con il consulente finanziario, una guida per affrontare un ambito complesso e delicato da cui può dipendere il miglioramento o il peggioramento del tenore di vita. Concludono la lista delle caratteristiche ricercate dai giovani investitori la tecnologia, l’organizzazione e il livello di competenza a disposizione del consulente, che deve essere capace di tramutare i sogni in realtà.

 

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