Istat, in Italia una persona su quattro è a rischio povertà

Lo rivela un rapporto dell'Istituto statistico che spiega come nel Mezzogiorno la percentuale sia quasi del 45 percento

Istat

Seppure i dati mostrino un miglioramento, nel 2017 in Italia il 28,9 percento dei residenti (circa 1 persona su 4) è a rischio povertà o esclusione sociale. Il dato emerge dall’ultimo rapporto Istat su “Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie”. Stabile al 20,3 percento (rispetto al 20,6 percento del 2016) la percentuale di persone a rischio povertà, mentre il 10,1 percento è in condizioni di grave deprivazione materiale. L’area geografica più esposta è quella del Mezzogiorno con una percentuale di rischio del 44,4 percento (in calo rispetto al 46,9 percento dell’anno precedente).

Famiglie numerose le più vulnerabili
Il rischio povertà, spiega l’Istat, è in calo nel Nord-est (dal 17,1 al 16,1 percento) e nel Nord-ovest (dal 21 al 20,7 percento), mentre nel Centro la percentuale è stabile al 25,3 percento.
A essere più vulnerabili sono, soprattutto, le famiglie con 5 o più componenti, seppure rispetto al 2016 la percentuale sia passata dal 43,7 al 42,7 percento. La percentuale aumenta di 5,4 punti nel caso di famiglie composte da due o più nuclei familiari.

Il confronto con l’Europa
In media, nel Vecchio continente «il rischio di povertà o esclusione sociale diminuisce negli anni 2016-2017, passando dal 23,5 al 22,5 percento». Dove la percentuale è in salita è in Lussemburgo (l’aumento è di oltre un punto percentuale) e Danimarca, Paesi Bassi e Austria, (dove cresce di mezzo punto percentuale). «Il valore per l’Italia si mantiene inferiore a quello di Bulgaria (38,9 percento), Romania (35,7 percento), Grecia (34,8 percento) e Lituania (29,6 percento) ma è di gran lunga superiore a quello di paesi come Repubblica Ceca (12,2 percento), Finlandia (15,7 percento) e dei paesi europei più grandi come Francia (17,1 percento) e Germania (19 percento).

Reddito familiare
In base ai risultati dell’indagine Eu-Silc del 2017 il reddito netto medio annuo per famiglia, esclusi gli affitti figurativi, è pari a 30.595 euro, pari a circa 2550 euro al mese.
Il rapporto, inoltre, spiega come la crescita interessi tutte le fasce di reddito «ma è più accentuata nel quinto di famiglie meno abbienti, dopo il marcato calo del 2015».
Il 20 percento più povero della popolazione, spiega l’Istat, ha a disposizione solo il 6,7 percento delle risorse totali, contro il 20 percento dei più ricchi che invece dispone del 39,3 percento.
Tuttavia, rispetto al 2015, la crescita del reddito reale ha fatto registrare una riduzione della disuguaglianza: «il reddito equivalente del quinto più povero della popolazione è infatti cresciuto in media del 7,7 percento in termini reali rispetto al 2015, mentre il reddito del quinto più ricco è aumentato dell’1,9 percento, portando il rapporto tra la quota di reddito dei più benestanti e quella dei più poveri da 6,3 a 5,9», pur restando al di sopra dei livelli pre-crisi (nel 2007 era pari a 5,2).
La metà delle famiglie residenti nel nostro Paese percepisce un reddito netto che non supera i 25091 euro l’anno (circa 2090 euro al mese, con un aumento del 2,3 percento rispetto al 2015), mentre il reddito medio è in crescita dal Nord-ovest (+0,6 percento) al Nord-est (+3,9 percento).

Costo del lavoro
Rimane stabile, rispetto al 2015, il costo del lavoro dipendente che, in media, risulta pari a 32154 euro all’anno. In calo il cuneo fiscale e contributivo che dal 46,2 percento del 2014 scende al 45,7 percento del 2016.
Inoltre, nel 2016, «il lavoro dipendente rappresenta in media la fonte di reddito individuale con il livello più elevato: 17.370 euro circa, contro una media di 15.460 euro per il lavoro autonomo e poco oltre 14.665 euro per i redditi di natura pensionistica».

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