Italia in recessione demografica. Timori sulla crescita  

Recessione demografica e rallentamento della crescita. Sono questi i due punti critici del Rapporto annuale 2019 sulla situazione del Paese dell’Istat, secondo cui “la probabilità di contrazione del Pil nel secondo trimestre è relativamente elevata”.  

Nella nuova stima presentata, si attende che la crescita del Pil italiano si attesti allo 0,3%, in decelerazione rispetto all’anno precedente. La modesta espansione sarebbe supportata solo dalla domanda interna e, in particolare, dai consumi privati. La decelerazione delle esportazioni e importazioni in volume, legata soprattutto per la prima componente a fattori esogeni internazionali, è invece attesa determinare un contributo nullo della domanda estera netta.  

La stima è ottenuta con una procedura che permette di individuare i settori manifatturieri con caratteristiche leading rispetto al ciclo economico. Secondo l’Istat, “la stima è di 0,65, su una scala che ha valore zero per la situazione di espansione e valore 1 per quella di contrazione dell’economia”. Vi è cioè il 65% di probabilità che il Pil abbia andamento negativo, rispetto al primo trimestre, quando è stato registrato un lieve recupero. Per il 2019 l’Istat prevedeva un aumento del Pil dello 0,3%. 

NASCITE – Sul fronte demografico, il bilancio del 2018 conferma le tendenze degli ultimi anni, fortemente caratterizzate dal calo delle nascite, dall’invecchiamento della popolazione e, a partire dal 2015, da una perdita di residenti. “All’1 gennaio 2019 si stima che la popolazione ammonti a 60,4 milioni, oltre 400mila residenti in meno rispetto all’1 gennaio 2015 (-6,6 per mille)” si sottolinea nel Rapporto, secondo cui il declino demografico è il combinato disposto del calo delle nascite e dell’aumento tendenziale dei decessi. “Secondo i dati provvisori relativi al 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita oltre 439mila bambini, quasi 140mila in meno rispetto al 2008, mentre i cancellati per decesso sono poco più di 633mila, circa 50mila in più”.  

Quanto alle ragioni della bassa natalità, per l’Istituto “la diminuzione della popolazione femminile tra 15 e 49 anni osservata tra il 2008 e il 2017, circa 900mila donne in meno, spiega circa i tre quarti del calo di nascite che si è verificato nello stesso periodo – sottolinea il Rapporto -. La restante quota dipende dalla diminuzione della fecondità (da 1,45 figli per donna del 2008 a 1,32 del 2017)”. Lo stesso contributo dei cittadini stranieri alla natalità della popolazione residente, emerge dal Rapporto, si va lentamente “riducendo. Dal 2012 al 2017 diminuiscono, infatti, anche i nati con almeno un genitore straniero (oltre 8 mila in meno) che scendono sotto i 100mila (il 21,7% del totale)”. Inoltre, “la diminuzione delle nascite è attribuibile prevalentemente al calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 359 mila nel 2017 (oltre 121 mila in meno rispetto al 2008)”. 

LAVORO – Sul fronte del mercato del lavoro, nel 2018 il numero degli occupati ha raggiunto il valore più alto nel corso dell’ultimo decennio, superando di 125 mila unità il dato del 2008, sebbene con minore intensità rispetto ai due anni precedenti (+1,2 e +1,3%, rispettivamente, nel 2017 e 2016). il livello dell’occupazione è tornato a essere il più alto degli ultimi dieci anni, superando di 125 mila unità quello pre-crisi (+0,5% rispetto al 2008). Anche il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni (58,5%) sfiora i livelli massimi del 2008. I disoccupati si riducono per il quarto anno consecutivo nel 2018 (-151 mila, -5,2%), rimanendo tuttavia 1 milione e 100 mila in più rispetto a quelli del 2008. Il tasso di disoccupazione ha seguito lo stesso andamento, raggiungendo il 10,6% (6,7% nel 2008).  

DIVARI TERRITORIALI . Il Centro-nord, con 384 mila occupati in più rispetto al 2008 (pari al +2,3%) ha realizzato un pieno recupero, mentre nel Mezzogiorno il saldo è ancora ampiamente negativo (-260 mila; -4,0%). Nel Centro-nord la ripresa è stata trainata, tra il 2013 e il 2018, dalle professioni qualificate, che hanno superato i livelli pre-crisi (+71 mila). Nel Mezzogiorno la pur positiva dinamica degli ultimi anni ha riguardato soprattutto le professioni non qualificate e quelle esecutive nel commercio e nei servizi, mentre resta negativa la dinamica di quelle qualificate. Nel 2018 meno della metà degli occupati nel Mezzogiorno può contare su un lavoro stabile e a tempo pieno (48,8%, in calo di 5,5 punti percentuali), contro il 54% del Centro-nord (-2,6 punti percentuali). Benché in diminuzione, resta inoltre molto più elevato nel Mezzogiorno il tasso di lavoro irregolare. Complessivamente nel Centro-nord vi sono 195 mila dipendenti a tempo indeterminato in più rispetto al 2008 (+1,8%) mentre nel Mezzogiorno ve ne sono 273 mila in meno (-7,0%). Anche il calo del lavoro a tempo pieno è stato più forte nel Mezzogiorno. “Nel 2018 la forza lavoro non utilizzata e potenzialmente impiegabile nel sistema produttivo ammonta a 5,8 milioni di individui (2,8 milioni di disoccupati e 3 milioni di forze lavoro potenziali); tale aggregato, che nel 2008 era pari a circa 4 milioni e mezzo, dopo aver raggiunto il picco di 6,7 milioni nel 2014, si è ridotto progressivamente a partire dal 2015”. 

CRESCE TEMPO DETERMINATO – Contestualmente, si sono ridotte le forme di lavoro permanente a tempo pieno, mentre è fortemente aumentato il part-time involontario, soprattutto per la componente femminile. Rispetto al 2008 si contano complessivamente 876 mila occupati a tempo pieno in meno e un milione di occupati part-time in più. Sono aumentati in particolare gli occupati in part-time involontario (quasi un milione e mezzo in più rispetto al 2008), il cui peso sul totale dei lavoratori a orario ridotto ha raggiunto nel 2018 il 64,1%. Il lavoro a tempo pieno è comunque tornato a crescere negli ultimi anni (+684 mila unità fra il 2013 e il 2018). Quanto alle donne, delle 492 mila occupate in più tra il 2013 e il 2018, il 40,4% svolge un lavoro part-time involontario, sottolinea lo studio. La partecipazione delle donne al mercato del lavoro è comunque legata al ruolo ricoperto in famiglia. Benché il tasso di occupazione femminile sia cresciuto di tre punti percentuali tra il 2013 e il 2018, l’aumento è stato più contenuto (+1,5 punti) per le donne tra 25 e 49 anni, la fascia di età nella quale si registra la maggiore concentrazione di madri con figli minori. L’indicatore è invece diminuito per quante hanno figli tra 0 e 2 anni. 

(Fonte: Adnkronos)

Annunci