Jimmy Fontana, una vita tra calcio e mental coaching

Intervista all'ex centrocampista oggi allenatore e gestore di percorsi formativi per la crescita individuale

Gaetano Fontana in campo

I tifosi del Napoli e della Fiorentina lo ricordano bene. E non solo loro. Gaetano “Jimmy” Fontana ha giocato per quasi 20 anni tra i professionisti ed è noto soprattutto per i suoi calci di punizione. Ritiratosi nel 2007, l’ex centrocampista ha intrapreso una strada particolare, conseguendo il Master Certificate in Coaching e Counseling. Oggi all’attività di allenatore affianca la gestione di percorsi formativi per la crescita individuale.

Prima di specializzarsi, si era calato in questo ruolo per aiutare i suoi compagni di squadra. C’è lui ad esempio dietro l’exploit di Fabrizio Miccoli, ex capitano del Palermo. Prima dei tempi d’oro con i siciliani, arrivò alla Fiorentina, ma non dava il meglio di sé. Fontana ne colse le potenzialità e lo incitò a mantenere uno stretto regime alimentare e di allenamento. Qualche mese dopo Miccoli segnò un goal decisivo in Nazionale, su punizione, e per “sdebitarsi” regalò a Fontana la maglia di quel match.

Una vocazione iniziata sul campo…
«Tutto iniziò per un’esigenza personale: all’inizio della carriera le mie qualità tecniche faticavano a venire fuori. L’idea per ripartire nacque leggendo un’intervista a Berlusconi, il quale motivò i successi del Milan (di cui allora era presidente n.d.r.) parlando di “training autogeno”. A questo si aggiunse la storia del golfista Costantino Rocca: dopo aver fatto buca in un colpo solo, spiegò come ci fosse riuscito già diverse volte, anche se solo mentalmente. Iniziai così a esplorare da autodidatta questo mondo, tramite libri e film, soprattutto quelli in cui si parlava delle risorse interne a ciascuno di noi».

Una volta appesi gli scarpini al chiodo, quali sono stati i tasselli decisivi per la tua formazione?
«Mentre studiavo per diventare allenatore, appresi da un tifoso l’esistenza della PNL (Programmazione Neuro Linguistica n.d.r.) e mi iscrissi ad alcuni corsi di mental coaching, riuscendo così ricostruire quanto avevo fatto in precedenza. Da allora non smetto mai di imparare né di incuriosirmi. Un riferimento importante sono le lezioni tenute tuttora da Julio Velasco: fu lui a introdurre questa filosofia, prima da ct della Nazionale di pallavolo e poi nel calcio, come dirigente della Lazio».

Gaetano Fontana durante uno dei suoi corsi

Come si conciliano la figura di mental coach e quella di allenatore?
«Il primo lavora a livello personale, il secondo con una squadra, in cui difficilmente i singoli si aprono, per paura di essere giudicati dai compagni per le proprie debolezze. La mia formazione mi aiuta comunque a capire la sfera emotiva dell’atleta per riuscire a farlo esprimere al meglio. Ovviamente non si può entrare “a gamba tesa” con tutti, ma solo con chi ne sente il bisogno: l’aiuto deve partire da una richiesta dell’interlocutore, altrimenti quest’ultimo si chiude a riccio. In ogni caso io cerco di stimolare gli atleti lanciando “semi di curiosità” con l’obiettivo di spingerli a migliorarsi sempre di più. Allenare per me non si limita solo al campo, ma consiste nel tenere unito un gruppo verso un obiettivo. Per fare ciò continuo a raccogliere spunti, a leggere: da counselour seguo corsi di aggiornamento, mentre da allenatore imparo molto dai miei colleghi».

In seguito al tuo percorso, quali valori riesci a veicolare attraverso lo sport?
«La cosa fondamentale è partire dall’uomo, lavorando sull’aspetto emotivo e sui risultati di ciascuno. Considerare solo il punto di vista tecnico e tattico è come costruire una casa partendo dal tetto. Il mio progetto formativo vuole andare oltre lo sport ed è rivolto a chiunque abbia il desiderio di intervenire su se stesso e sugli altri. L’atleta, in particolare, deve essere responsabile delle sue azioni, dentro e fuori dal campo perché rappresenta una squadra e una città. Gli sportivi famosi vivono ormai come nell’occhio del Grande Fratello e ogni loro comportamento, positivo o negativo, viene amplificato. Bisogna sapersi disciplinare per riuscire a trasmettere il proprio essere».

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