La domenica non si lavora: ecco la proposta M5S

Un nuovo regolamento per superare il decreto Monti del 2011, limitando gli orari di aperture nei giorni festivi e prevedendo modifiche anche per gli e-commerce

Tutti al lavoro, ma non nei festivi. È questo, in estrema sintesi, il contenuto della proposta di legge del deputato del M5S, Davide Crippa, attuale sottosegretario allo Sviluppo Economico, che prevede la riorganizzazione del lavoro negli esercizi commerciali per i giorni festivi. La proposta riprende il testo del 2013 a firma di un altro deputato del MoVimento, Michele Dell’Orco. Come preannunciato dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, si va verso il superamento del decreto “Salva Italia” del 2011, a opera del governo Monti, che prevedeva la liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali. Quella scelta preannunciava un aumento dei posti di lavoro e degli introiti grazie al prolungamento dell’orario dei negozi, anche durante i giorni festivi. Questo ha portato alla nascita di supermercati aperti anche 24 ore, tutti giorni della settimana. Il nuovo scenario, tuttavia, non ha riscontrato il favore di molti lavoratori.

La proposta nel dettaglio
Come si legge nel testo, «la conseguenza di questa deregulation è infatti che gli operatori della grande distribuzione competono tra loro incidendo sulla tutela dei lavoratori e costringendo il personale a turni massacranti e senza scelta, anche nei giorni festivi, persi in quello che non si può fare altro che definire come ricatto occupazionale. […] Dal canto loro, i piccoli esercenti invece, che non possono contare su una risorsa di personale altrettanto consistente, soccombono alla concorrenza. […] Il risultato di questa concorrenza da far-west è la chiusura dei piccoli esercizi, con una desertificazione dei centri storici e dei quartieri più periferici».
Ora, di fatto, con la nuova proposta di legge, tutto questo non sarebbe più possibile, con il ripristino della situazione precedente. Ogni comune, quindi, potrà prevedere l’apertura durante la domenica e i festivi di non più del 25 per cento dei negozi per ciascun settore merceologico, con una turnazione tra le varie zone del territorio, senza superare il numero di 12 aperture annue.
Per verificare quali saranno gli effetti della nuova regolamentazione, il testo prevede, a partire dal 1° gennaio 2019, l’istituzione di un osservatorio presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Stretta sull’e-commerce
Dalla riforma verrebbero esclusi i comuni turistici, ma non i siti di e-commerce. Tuttavia i cambiamenti non riguarderanno i patiti dello shopping online che potranno continuare liberamente a fare i loro acquisti anche la domenica, «ma dovrà essere chiaro che l’attività commerciale in questione, se si svolge in Italia, non sarà esercitata in alcune delle sue fasi». In sostanza, potremo completare il nostro acquisto in qualsiasi momento, ma il nostro ordine non potrà essere preso in carico durante un giorno festivo.

Le reazioni delle associazioni
La liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali è stata molto criticata anche dalla Confesercenti che in una nota riporta alcuni dati relativi agli incassi delle attività che, a dispetto delle intenzioni, non sembrano essere migliorati: «nel 2017 le vendite del commercio al dettaglio sono state inferiori di oltre 5 miliardi di euro ancora sotto i livelli del 2011, ultimo anno prima della liberalizzazione.  Mentre la deregulation ha spostato quote di mercato verso la grande distribuzione, contribuendo all’aumento dell’erosione del fatturato della gran parte dei piccoli esercizi, che hanno perso il 3 per cento a favore della grande distribuzione».
Critiche al nuovo decreto arrivano, invece, dal presidente di Confimprese, Mario Resca, che sottolinea come ai negozi, se il provvedimento dovesse diventare legge, non rimarrà altro da fare che licenziare: «Le aziende saranno costrette a licenziare, l’intero comparto perderà 400 mila posti di lavoro e il 10 per cento del fatturato. Significherebbe quindi perdere il 15 per cento della forza lavoro in un Paese che ha un tasso di disoccupazione dell’11 per cento, con un Pil in forte rallentamento nel secondo trimestre e un futuro delle famiglie molto incerto».

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