La guerra di Trevi, a rischio 7mila posti  

Una faccenda intricata, che rischia di mandare Trevi in amministrazione straordinaria e di mettere a rischio 7mila posti di lavoro, senza contare l’indotto. La famiglia Trevisani, titolare del 31,8% del gruppo di costruzioni e ingegneristica fondato nel 1957, tra i leader al mondo nelle fondazioni e negli scavi per le grandi opere, ha deciso di portare in Tribunale gli amministratori della sua stessa società “per irregolarità”, chiedendo la nomina di un amministratore giudiziario.  

Solo ieri l’altro, il cda della società, la cui ristrutturazione è stata affidata a Sergio Iasi, aveva approvato a maggioranza – i rappresentanti della famiglia si sono astenuti – la manovra finanziaria attesa da oltre un anno per risollevare le sorti del gruppo, che ha accumulato debiti per poco meno di 700 milioni di euro.  

Il nodo del contendere, apprende l’Adnkronos, sarebbe la valutazione ‘pre-money’ della società, ovvero quella fissata per procedere all’aumento di capitale da 130 milioni di euro. La valutazione, necessaria per partire con l’operazione e a cascata con la conversione parziale e lo stralcio dei debiti, azzererebbe il valore della società, e così anche la quota di cui è titolare la holding dei Trevisani, ammessa a una procedura di concordato con riserva.  

La cassaforte di famiglia, a sua volta indebitata con alcuni istituti finanziari – uno dei quali avrebbe chiesto alla holding di rientrare al più presto dal debito – avrebbe insomma difficoltà a risolvere la sua situazione ed estinguere i debiti con il suo patrimonio azzerato.  

Alla mossa della famiglia, che contesta la legittimità della delibera sull’aumento di capitale di Trevi, per “conflitto con i limiti” della delega conferita proprio dal maggior socio al consiglio in assemblea lo scorso anno, il cda della società ha risposto dando mandato ai suoi legali perché “siano assunte tutte le iniziative” contro l’azionista. E, si apprende sempre da fonti finanziarie, avrebbe già pronti pareri favorevoli al suo operato sia da parte del collegio sindacale, chiamato a tutelare gli azionisti, sia da parte di alcuni studi legali.  

Il rischio vero è che con le cause sfumi presto uno dei punti chiave della ristrutturazione, di cui è anche condizione sospensiva: la vendita delle società dell’oil&gas, la cui stagnazione negli anni passati è stata uno dei motivi della crisi di Trevi. L’accordo, a cui si lavora da oltre un anno, è stato raggiunto con il gruppo indiano Meil: Dirllmec e Petreven sarebbero cedute, senza debiti, sulla base di un enterprise value di 140 milioni. 

In tutto questo, banche e Cdp – azionista attraverso Fsi con circa il 16,8% di Trevi – restano alla finestra, abbastanza attonite
. Le prime, per far ripartire la società, erano pronte a convertire parte dei crediti vantati stralciandone oltre la metà, erogare nuova finanza per circa 240 milioni e confermare le linee di credito esistenti.  

Cdp, a sua volta, avrebbe sottoscritto l’aumento di capitale da 130 milioni insieme all’altro socio, Polaris, fino a un massimo di 77,4 mln. In questo scenario, il titolo della società ha perso in Borsa il 2,5% a 0,24 euro, risalendo comunque dai minimi di 0,23 euro toccati in giornata. Nell’ultimo anno, le difficoltà hanno eroso il valore di Trevi a Piazza Affari del 30%.  

 

 

 

(Fonte: Adnkronos)

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