La psicologa: “Sì a limiti per tablet e smartphone ai ragazzini”  

Le nuove tecnologie stanno cambiando l’infanzia. Bebè che giocano con i tablet sul seggiolone e ragazzini per i quali il telefonino è come una protesi sono ormai una regola. E a correre ai ripari sono i big della Silicon Valley: Apple e Google, ad esempio, hanno introdotto degli strumenti di “benessere digitale” che consentono di analizzare il tempo trascorso sulle app e di impostare limiti. Mentre il Ceo di Apple Tim Cook ha confidato di aver messo i paletti ai social network per il nipote. Ma ha senso porre dei limiti all’utilizzo di questi dispositivi da parte dei giovanissimi? “Assolutamente sì, i piccolissimi non dovrebbero proprio avere accesso a smartphone e tablet, mentre per gli adolescenti l’accesso dovrebbe essere limitato nel tempo”, spiega la psicologa, psicopedagogista e psicoterapeuta Maria Rita Parsi, che analizza con l’Adnkronos Salute il fenomeno in Italia. 

“Se fin da piccolissimi questi bimbi non hanno più tempo di oziare e giocare, ma la loro fantasia è ingabbiata da giochi tecnologici che bloccano movimento, olfatto, immaginazione e contatto con gli altri, le conseguenze le vedremo solo fra qualche anno. Le tecnologie – insiste – stanno cambiando l’infanzia. E i piccolini non dovrebbero avere a disposizione questi dispositivi”, usati come baby sitter o calmanti. “Purtroppo la realtà è differente: stanno diventando un prolungamento della mano dei piccoli. Ma attenzione, i tempi della realtà virtuale non sono quelli della realtà ‘vera’, e a lungo andare ci si disabitua ai processi normali e ai tempi della quotidianità, che diventa lenta, noiosa, deludente. L’attesa è così pesante e frustrante per le nuove generazioni, perché nel virtuale non si aspetta mai”.  

Così qualcuno finisce per rifugiarsi nel virtuale, aggiunge Parsi che alla “Generazione H” ha dedicato un volume (edizioni Piemme). “Ragazzini che si chiudono in un ‘grembo’, dormono di giorno, chattano di notte e senza tablet e smartphone reagiscono come tossicodipendenti. Questi adolescenti hanno trovato una soluzione all’angoscia di morte: nel virtuale non si muore mai. Così il fenomeno degli hikikomori, i giovanissimi reclusi che sfuggono al mondo, sta prendendo piede anche in Italia, dove si stimano 100 mila casi, e con numeri in crescita”, avverte.  

Oltretutto dai genitori “non arriva un buon esempio: mamma e papà sono sempre attaccati al telefonino anche nel momento di mangiare, prima di andare a dormire. Ascoltano distratti, tra una mail e una chat. Dobbiamo promuovere corsi di educazione all’uso del virtuale, per adulti e insegnanti. Altrimenti – ammonisce – quando sarà tardi ci troveremo a piangere: avremo perso la comunicazione, che ci rende davvero umani”. 

Dunque per la psicoterapeuta ha senso limitare il tempo che bambini e adolescenti passano davanti ai device. E riscoprire passatempi antichi come “fiabe, libri, disegni. I piccoli devono essere messi in condizione di difendersi, come Cappuccetto Rosso dal Lupo, perché il virtuale sia una formidabile possibilità e non il male”, conclude. 

(Fonte: Adnkronos Salute)