Lavoro: “giovani adulti” in cerca di destinazione, dall’Europa solo promesse

Sulle politiche giovanili, a parte il successo dell’esperienza Erasmus, l’iniziativa più rilevante in tutti questi anni è stata Erasmus+, un servizio offerto ai giovani di fare volontariato per 12 mesi, impegnati in progetti presso Ong all’estero

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Siamo al conto alla rovescia per le elezioni europee eppure il dibattito politico su questo importante appuntamento è stato alquanto carente sui temi di maggiore interesse. La vaghezza del dibattito sulle politiche giovanili, anzi l’assenza di dibattito sull’argomento, è emersa con evidenza. L’Europa dei burocrati, della finanza, del 3 per cento del deficit da non sforare, dei minuziosi parametri sulla grandezza delle cozze e di tante altre amenità, sui giovani ha prodotto in prevalenza parole e promesse.

Bamboccioni d’Europa
Nei documenti ufficiali si dichiara con una certa enfasi che «la gioventù europea pone alle istituzioni comunitarie alcune delle sfide più complesse: la piaga della disoccupazione, un’educazione adeguata alle richieste del mondo del lavoro, la possibilità di influire sulle scelte europee», ma a parte il successo dell’esperienza Erasmus, l’iniziativa più rilevante in tutti questi anni è stata Erasmus+, un servizio offerto ai giovani di fare volontariato per 12 mesi, impegnati in progetti presso Ong all’estero, che dovrebbero procurare «competenze di volontariato riconosciute e spendibili sul mercato del lavoro». Risultato di tanto impegno: nei 28 paesi della Ue vive ancora con i genitori circa il 29,5 per cento dei giovani, che escono di casa solo verso i 29/30 anni. L’Europa per non chiamarli mammoni o bamboccioni li definisce “giovani adulti”, ma è un artificio linguistico. Come conferma Eurostat, «i “giovani adulti” italiani di età fra i 25 e 34 anni che vivono con i genitori sono il 49,3 per cento, circa 20 punti in più rispetto alla media europea, altro primato di casa nostra. Difficoltà economiche e caratteristiche socio-culturali che rallentano l’occupazione pongono l’Italia – dice l’Istituto Europeo di Statistica – al primo posto fra i grandi paesi dell’Unione. Maggiori problemi di noi hanno i croati (59,7 per cento di giovani a casa con i genitori), gli slovacchi (57 per cento), i greci (56,3). Fra i paesi big della Ue solo la Spagna si avvicina con il 42,8 per cento al dato italiano.

Paese che vai…
Le differenze di peso politico fra i paesi cosiddetti forti della Ue e quelli con minore importanza, sono determinate anche da queste cifre. In Germania resta a carico dei genitori solo il 17 per cento dei ragazzi fra 25 e 34 anni, percentuale che nel Regno Unito scende al 14,9, in Francia al 13,5, in Danimarca al 3,2, in Finlandia al 4,7, in Svezia al 6 per cento. Insomma, poco più che adolescenti, in una parte dell’Europa si esce di casa e si va al lavoro precocemente, con immediati riflessi positivi sulla tranquillità sociale. Il dato italiano nel 2016 era superiore al 50 per cento, sceso al 48,9 nell’anno successivo, poi la ripresa. Cosa fa l’Europa per correggere questi squilibri? Ogni sei mesi tiene una conferenza sulla gioventù, ospitata dal Paese a cui spetta la presidenza. La conferenza – si legge nel documento ufficiale – «oltre a essere un luogo in cui associazioni giovanili, consigli della gioventù e rappresentanti dei ministeri possono confrontarsi e discutere le politiche, ospitano il dialogo strutturato e una serie di dibattiti che incoraggiano la partecipazione dei giovani di varia provenienza allo sviluppo delle politiche a loro rivolte. Al termine delle sedute l’assemblea stila delle raccomandazioni. Tre volte l’anno, per dieci giorni, si riunisce il Parlamento europeo dei giovani, un’istituzione che permette a delegazioni di ragazzi fra i 16 e 22 anni di ognuno dei 28 paesi, di vivere il confronto politico, dibattere le tematiche calde, formulare una risoluzione».

Sguardo al futuro
Purtroppo le raccomandazioni e i dibattiti fino a questo momento altro non hanno fatto che allargare il numero dei “giovani adulti” europei in cerca di destinazione. Evidentemente, è necessario cambiare rotta e passare dalle troppe parole, dalle riunioni improduttive, dai propositi verbali a determinazioni politiche, ben sostenute economicamente, oggi obiettivamente latitanti. Domenica prossima gli europei, e noi italiani con loro, potremo dire una parola anche su questo.

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