Lavoro, la violenza sulle donne è un freno alla carriera

Tornare a lavoro dopo aver subito abusi e molestie non è facile e sono ancora troppo poche le aziende che aiutano e tutelano le vittime. Gabriella, grazie al Progetto Libellula, è riuscita a raccontare le propria esperienza ai suoi colleghi e a farsi aiutare

violenza donne
Una riunione del Progetto Libellula

«Si acquisisce una grande abilità nel mascherare il dolore. Le persone mi dicevano: “Ma come Gabriella, proprio a te che sei sempre così sorridente?”». La voce che racconta a Momento Italia la sua storia di vittima di abusi è una donna di 49 anni che ha due figli, una bambina di 13 e un bambino di 11 che definisce «potenziale vittima e potenziale carnefice». Per anni ha subito violenze, abusi e molestie da un uomo, a partire da quando aveva 8 anni: «A salvarmi una volta è stata una mia cara amica che è rimasta fino a tarda notte ad attendere i soccorsi, mentre io ero chiusa in casa insieme con quest’uomo». Da quell’episodio ha capito quanto è importante non essere soli per poter uscire dal baratro dove la violenza ti conduce: «Ti sembra di essere in una profumeria, ci sono talmente tanti odori che ti danno alla testa e non sei più in grado di distinguere la tua fragranza preferita dalle altre. Allo stesso modo subire abusi e molestie ti rende incapace di distinguere il bene dal male, lasciandoti addosso un forte senso di vergogna per non essere in grado di reagire e di profonda solitudine».

I segni della sua esperienza Gabriella li porta sempre con sé. Anche ora, a distanza di anni, ha bisogno di cure mediche «per poter rimarginare ferite che ancora sanguinano». Eppure i suoi colleghi di lavoro l’hanno sempre descritta come una persona solare e allegra.

Il Progetto Libellula
A darle la possibilità di togliere questa maschera e di mostrare il suo vero volto, rigato sì dalle lacrime, ma con l’espressione dura di chi è deciso a combattere, è stato il Progetto Libellula, aziende unite contra la violenza sulle donne. L’iniziativa è nata dall’idea di due giovani donne che lavorano in Zeta Service, società di consulenza molto attiva nella CSR e nell’attenzione ai propri dipendenti, che si sono chieste: quante vittime e quanti carnefici sono nostri colleghi e non lo sappiamo? Le 20 imprese che fino a oggi hanno aderito si sono impegnate a trattare il tema della violenza e della discriminazione di genere con i propri dipendenti, attraverso convegni, seminari e workshop.

Gabriella è proprio una delle colleghe «sempre sorridenti» che ogni giorno nascondono un abisso di dolore, ma che durante uno degli incontri previsti dal Progetto Libellula ha deciso di raccontare la sua storia: «L’ho fatto perché spero di aiutare altre donne che hanno vissuto le mie stesse orribili esperienze e hanno perso la forza di reagire e la fiducia in se stesse. Sarò felice se avrò aiutato anche solo una vittima. Parte dei miei colleghi ha apprezzato la mia scelta e mi ha sostenuta. Altri invece mi hanno criticata perché mi sono esposta troppo». A darle forza è stata la consapevolezza di essere in un’azienda, il Gruppo Ingo, che ha a cuore i dipendenti: «Siamo una realtà enorme, ma in grado di diventare una famiglia in caso di bisogno».

La violenza nascosta
Dai dati raccolti dagli organizzatori del Progetto Libellula è emerso che, su un campione di 3149 questionari anonimi raccolti tra i dipendenti delle aziende aderenti al network, il 23 per cento dei partecipanti dichiara di aver subito forme di violenza: per il 60 per cento psicologica, 38 per cento fisica, ma anche violenza sessuale al 22 per cento, stalking al 22 per cento, molestie sul lavoro al 15 per cento. Il 33 per cento conosce episodi di violenza nella propria rete di relazioni sociali e il 21 per cento pensa che anche fra le colleghe possano esserci delle vittime di violenza. Le più colpite sono le donne tra i 20 e i 40 anni. Questo significa che gli abusi hanno delle ripercussioni anche sulle carriere delle vittime: «Io ho avuto la fortuna di lavorare in un’azienda che ha compreso il mio dolore e mi ha aiutata, anche quando ho dovuto rivolgermi a una struttura specializzata e mi sono assentata per quattro mesi. Ma molte altre donne sono costrette a nascondere il proprio disagio sul posto di lavoro, vuol dire che saranno demotivate, meno produttive, diffidenti. Se invece viene data loro la possibilità di esporsi e di affrontare il problema faranno del bene a se stesse e all’azienda».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here