Libere di lavorare: come funzionano gli sgravi per le donne vittime di violenza di genere

Cosa prevedono le agevolazioni contributive previste dal governo e perché sono importanti. Daniela Santarpia, presidente della cooperativa sociale E.V.A.: «L'autonomia lavorativa della donna è alla base dell'uscita dalla violenza»

Paola aveva 51 anni. Il marito l’ha strangolata a mani nude nella loro abitazione a Senorbi e poi si è tolto la vita. Non accettava la fine della loro relazione e la richiesta di separazione. Marina, insegnante di scuola media, è stata spinta giù dal balcone dal marito Fausto che poi ha lanciato dal cavalcavia anche la loro figlia di 10 anni. Paola, Marina, ma anche Leila, Francesca, Federica, Sana, Alexandra. Un elenco infinito di donne uccise da mariti, fidanzati, uomini violenti, incapaci di accettare un rifiuto, la fine di una relazione o semplicemente convinti che una donna non possa decidere liberamente cosa fare della propria vita.

Denuncia, assistenza, protezione, rinascita
In tutto, nel 2018, sono 49 le donne uccise. Dal 2012, in 748 hanno perso la vita. Lo chiamano femminicidio, perché è un omicidio basato sul genere. Un atto di violenza che spesso non è un raptus, ma è preceduto da minacce, stalking, violenze fisiche e psicologiche. Atti che mai possono essere scambiati per una dimostrazione d’amore.Sempre di più, per fortuna, sono le vittime che trovano il coraggio di denunciare, come confermano le associazioni che si occupano di violenza sulle donne. Dopo la denuncia si apre però un difficile percorso di fuoriuscita dalla violenza e ricerca dell’autonomia in cui è fondamentale il ruolo della rete di assistenza e protezione.

Un bonus per trovare lavoro
E’ un passo in avanti di enorme importanza il decreto adottato dal governo a maggio che prevede delle agevolazioni contributive per l’assunzione di donne vittime di violenza di genere. In particolare, alle cooperative sociali che assumono, con contratti a tempo indeterminato, dal 1° gennaio 2018 e non oltre il 31 dicembre 2018, donne vittime di violenza, inserite nei percorsi di protezione, debitamente certificati dai centri di servizi sociali del comune di residenza o dai centri anti-violenza o dalle case-rifugio, è riconosciuto l’esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali a carico delle cooperative. L’agevolazione è concessa nel limite di spesa di un milione di euro, per 36 mesi, per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020.

L’importanza del decreto la spiega Daniela Santarpia, presidente della cooperativa sociale E.V.A. e responsabile dell’inserimento lavorativo delle donne vittima di violenza per l’associazione D.I.R.E. – Donne in rete contro la violenza.

«Il provvedimento è importante per più ragioni. Innanzitutto rappresenta finalmente un riconoscimento della centralità delle attività svolte dai centri antiviolenza e dalle case rifugio perché sono loro che devono certificare il percorso di protezione intrapreso dalla donna. Poi perché mette l’accento sull’autonomia lavorativa della donna, che è alla base dell’uscita dalla violenza. Nella nostra esperienza le donne ritardano le denunce perché spesso non hanno un lavoro o comunque non sono economicamente autosufficienti. Altre volte è lo stesso compagno che, geloso, non vuole che la donna lavori. Sono situazioni purtroppo ancora oggi tutt’altro che rare: scardinando l’autonomia della donna l’uomo afferma sempre di più il suo potere. L’isolamento rafforza il potere che l’uomo ha sulla donna. Per questo facilitare l’ingresso di una donna che ha subito violenza nel mondo del lavoro ha un peso importantissimo nel suo percorso di affrancamento, in cui riscopre finalmente la sua autonomia e capisce che può camminare da sola».

E.V.A. è una cooperativa sociale. Sfrutterete gli sgravi?
«Sì. La mia coop è composta da donne e già abbiamo deciso che daremo occupazione ad una donna fuoriuscita dalla violenza non appena avrà terminato il tirocinio».

Il decreto è un passo importante ma ancora quanto c’è da fare?
«Si può fare ancora tanto per stimolare occupazione e autonomia delle donne. Purtroppo in Italia siamo ancora molto, molto indietro, come dimostra l’ultima sentenza della Cassazione che rappresenta un passo indietro di 30 anni: visto che la vittima era ubriaca non c’è aggravante. Un ragionamento mostruoso che ci dimostra come dobbiamo ancora batterci, uomini e donne insieme, perché possa esserci un vero scatto in avanti, una reale evoluzione del pensiero. E le donne stesse devono abituarsi a pensarsi ed essere autonome».

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