L’Italia è il terzo paese più anziano al mondo. Età media: 46 anni

Secondo uno studio dell’ agenzia di rating Moody’s, l'invecchiamento della forza lavoro crea pressione sul bilancio previsto dal Governo e avrà un forte impatto sul settore industriale, su ristoranti, abbigliamento e scarpe. A beneficiarne solo aziende alimentari, assistenza sanitaria e assistenza a domicilio per anziani

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L’Italia non solo non è un Paese per giovani, ma è anche un Paese anziano. L’età media degli italiani è di 46 anni.  L’invecchiamento della popolazione ha già un forte impatto sulle finanze del Governo e anche altri settori economici e imprese iniziano a risentirne. E’ quanto afferma uno studio dell’ agenzia di rating Moody’s che sostiene la revisione dell’età pensionabile, che è stato uno dei principali obiettivi del Governo, potrebbe accrescere il già forte indebitamento del Paese e frenare la crescita economica.

Commercio e imprese risentono degli effetti negativi di una popolazione anziana e il divario occupazionale tra Nord e Sud Italia si allarga ancora di più.

Ad oggi secondo i dati raccolti la popolazione over 65 rappresenta il 22 per cento degli italiani, entro il 2040 la percentuale potrebbe crescere oltre il 30 per cento.

Se la popolazione anziana colpisce ristoranti e abbigliamento
Gli anziani tendono a spendere meno in ristoranti, abbigliamento, scarpe, trasporti, mentre  «alcune aziende del settore alimentare, assistenza medica e assistenza domiciliare potrebbero effettivamente beneficiare» dichiara Ernesto Bisagno, vice presidente di Moody’s – Senior Credit Officer.

Le aziende che riusciranno a far fronte a questa sfida demografica saranno quelle che si prefiggeranno come target da raggiungere cittadini più anziani. Non avranno problemi coloro che già si occupano di beni e prodotti per anziani. Ma quando si arriverà rapidamente a un calo della forza lavoro, il mercato potrebbe essere ancora più in difficoltà.

Secondo Moody’s il rischio è che le casse delle Regioni siano poste sotto una pressione elevata che le costringa a metter mano alle entrate che hanno salvaguardato in questi anni. Anche il settore immobiliare dovrà guardarsi bene da questo cambiamento demografico: ci sarà meno domanda di case residenziali, scenderanno i prezzi e anche i mutui. L’impatto negativo sarà meno evidente nelle città del nord Italia che giovano di una migrazione interna al Paese di giovani in cerca e per lavoro, che continuerà ad esserci. A settembre il tasso di disoccupazione al Sud era del 17.8 per cento, al Nord del 10.2 per cento. La differenza sta anche nella mancanza di corrispondenza a livello locale tra domanda e offerta di lavoro e competenze, nel diverso approccio e impegno negli investimenti e nel sistema di infrastrutture. Nel 2017 il tasso di giovani inattivi era molto più elevato al Sud rispetto alla parte settentrionale del Paese, lo stesso si può evidenziare per quanto riguarda l’occupazione femminile (41 per cento al Sud, 64 per cento al Nord).

Precari, single, senza figli
Il lavoro precario, il moltiplicarsi di contratti a termine, lavori sottopagati, disoccupazione fanno crescere il numero di single, di divorziati, di coppie senza figli. Gli acquisti di case per single sono aumentati dal 16 per cento nel 2012, al 22 per cento nel 2017, secondo i dati di Tecnocasa. Cresce anche il numero di case acquistate di dimensioni piccole non oltre i 50 metri quadri. Da recenti dati di Eurostat che prendono in esame l’anno 2017, emerge che la maggior parte dei lavoratori (due terzi) che svolgono un lavoro part time in Italia lo fa involontariamente, non lo ha scelto, ha accettato in mancanza della possibilità di un contratto full time.

Se poi si considera che la prospettiva sarà che per ogni pensionato anziano ci saranno due lavoratori a sostenere la pensione in futuro mentre ora il rapporto è di uno a tre,  la prospettiva  non può che essere preoccupante.