Made in Italy: da Versace a Candy, ecco le aziende passate agli stranieri

Dalle case di moda al trasporto ferroviario, è lungo l'elenco dello shopping forestiero sul suolo nostrano

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Borse, cioccolatini, lavatrici, vestiti, gelati, pasta, olio, merendine, cappelli. E persino banche e treni. Il carrello della spesa degli acquirenti stranieri del made in Italy si fa ogni anno più ricco. L’ultimo caso, che ha avuto un’eco su tutta la stampa internazionale, è stato quello della maison Versace, venduta pochi mesi fa al Gruppo che fa capo allo stilista americano Michael Kors. Ma, a poco tempo di distanza da Versace, sono stati venduti altri due marchi importanti del luxury italiano: Yoox, il portale di abbigliamento fondato da Riccardo Marchetti andato alla svizzera Richemont, e la famosa marca di intimo La Perla, passata agli olandesi di Sapinda Holding, del finanziere tedesco Lars Windhorst.

Italianità a rischio?
Tutte acquisizioni che per molti hanno il sapore di una perdita, per altri di una vittoria e che, comunque, alimentano l’inevitabile dibattito sulla salvaguardia dell’italianità. La lista delle aziende passate in mano straniera negli ultimi anni è infatti lunga, a cominciare proprio dai brand del luxury, quelle maison di alta moda il cui nome è garanzia di successo in tutto il mondo. Prima di Versace, infatti, altri marchi famosi hanno preso il volo, e molti sono finiti in mani francesi. Due i gruppi d’Oltralpe che si sono spartiti lo shopping “fashion” in Italia: Lvmh e Kering.

Nell’orbita Lvmh, il più grande gruppo del lusso che si conosca, creato e gestito da Bernard Arnault, che ha al suo attivo un portafoglio di 70 maison, che danno lavoro a 145 mila persone nel mondo, si contano Pucci, Fendi, Bulgari, i pregiati tessuti Loro Piana e le essenze di Acqua di Parma. L’altro padrone del lusso mondiale, la Kering, ha acquisito un pezzo da novanta come Gucci, e anche Bottega Veneta (eccellenza della lavorazione della pelle), Brioni (che confeziona abiti anche per i presidenti Usa) e Pomellato (gioielli).Tra gli elettrodomestici, recentissima è l’acquisizione del marchio Candy da parte del colosso cinese Haier. Dal lungo elenco dello shopping straniero sul suolo italiano, poi, non potevano mancare i trasporti, in particolare l’industria ferroviaria.

Investimenti e lavoro
La Fiat Ferroviaria fu ceduta alla francese Alstom nel 2000, mentre la Tibb (Tecnomasio-Brown Boveri) non esiste più perché confluita nella canadese Bombardier (2001), così come AnsaldoBreda e il 40 per cento di Ansaldo Sts sono stati venduti alla giapponese Hitachi. E anche Ntv col treno Italo è passata agli americani del fondo Global Infrastructure Partners. Magneti Marelli, invece, è diventata giapponese grazie alle acquisizioni di Calsonic. Tutti esempi di fragilità sul mercato o modelli di eccellenza da esportare? La riposta non è univoca, e certamente, da una parte, le aziende italiane soffrono di una relativa piccola dimensione che le rende poco competitive e spesso “prede” di grandi gruppi esteri. Dall’altra, l’artigianato, il know how e la qualità delle produzioni italiane diventano garanzia di successo e profitto, per cui non è stato raro il caso in cui il passaggio di proprietà si sia tradotto in investimenti e ulteriore crescita, e non in perdita di lavoro in Italia.

(Fonte: AdnKronos/Labitalia)

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