Made in Italy, nasce Mirta la startup che diffonde il lusso italiano nel mondo

La piattaforma si pone l'obiettivo di far conoscere all'estero il lavoro di tanti piccoli artigiani del nostro Paese

made in Italy
Un artigiano intento a realizzare la sua opera

Diffondere la bellezza del made in Italy nel mondo e, in particolare, l’opera degli artigiani italiani. È con questo obiettivo che nasce Mirta, una piattaforma online che, spiega a Momento Italia Martina Capriotti, fondatrice del progetto insieme a Ciro Di Lanno, «nasce con l’idea di dare spazio ai piccoli artigiani del lusso italiani, in particolare nel settore della moda». Attualmente, l’azienda è concentrata sulla pelletteria ma, ci spiega, «stiamo pensando di espanderci verso altre categorie di prodotto». Un lavoro partito nel 2018, che ha portato alla nascita della società a febbraio 2019 fino al lancio del portale avvenuto a settembre.

Perché Mirta?
«È un nome che evoca molte cose belle e quindi ci è piaciuto per questo. Di fatto si richiama al mirto che è la pianta dedicata alla bellezza. Pensiamo alla Venere di Botticelli: appena uscita dalla conchiglia la dea si copre con il mirto che da lì è diventato la pianta della bellezza. Quindi ci piaceva avere questo nome che richiamasse la bellezza che per noi è un po’ l’essenza del made in Italy. Inoltre è una parola che richiama anche l’energia, tanto che i romani si adornavano il capo con delle piante di mirto quando andavano in guerra e tornavano vincitori e si dice anche che Roma sia nata dove c’era una pianta di mirto. Quindi volevamo associare questi richiami alla bellezza e all’energia alla nascita di questa nuova piattaforma».

Come nasce l’idea?
«La nostra idea nasce dall’intenzione di creare un luogo online che possa dare spazio a quelle che sono le migliori botteghe del made in Italy e di dare accesso ai consumatori un po’ da tutto il mondo, perché il nostro target principale è il mercato estero, a queste piccole realtà italiane che noi conosciamo bene, mentre all’estero restano storie un po’ più nascoste. Quindi quello che vogliamo è creare un collegamento diretto tra l’artigiano e il consumatore finale, eliminando tutti quegli intermediari fisici che ad oggi ci sono in questa catena e mettendo al centro quelle che sono le creazioni e le piccole realtà italiane. In questo modo intendiamo preservare un settore che oggi sta soffrendo molto, che è quello del piccolo artigianato, sfruttando quello che è il potere dei nuovi canali digitali. L’idea è nata quando sia io che il mio co-founder ci trovavamo all’estero. Io ero in Asia, fra Corea del Sud e Giappone, e soltanto stando all’estero ho cominciato ad apprezzare veramente l’importanza del made in Italy, questo tesoro che abbiamo e che a volte non sappiamo bene come sfruttare. Vedevo clienti stranieri che appaltavano la loro produzione a questi piccoli artigiani in Italia nonostante per loro non fosse la soluzione più efficiente, ma la preferivano pur di avere questo grande prestigio che è il made in Italy e la manifattura di qualità che gli artigiani italiani riescono a dare. Lì si è acceso un campanello: “Perché non abilitiamo questi piccoli artigiani a vendere direttamente sui mercati esteri?”. Mentre io ero in Asia a conoscere il mercato e a sviluppare questa idea, il mio co-founder stava facendo un Mba (master in business administration, ndr) a Stanford, studiando quelli che sono i modelli della Silicon Valley. Quindi abbiamo messo insieme la sensibilità che avevo sviluppato e la sua conoscenza delle tecnologie e dei canali digitali e siamo tornati in Italia per dare vita a questa nuova idea».

Come è strutturata la piattaforma?
«È più di un semplice e-commerce, dove c’è un rapporto puramente transazionale tra l’artigiano e il consumatore finale. Vogliamo che il cliente acquisti quel prodotto perché ha una storia, perché conosce l’artigiano che c’è dietro. Per questo abbiamo creato una piattaforma dove non soltanto si vendono prodotti, ma si raccontano storie, con pagine dedicate ad ogni artigiano. dove quindi noi andiamo nelle botteghe, facciamo le foto, facciamo dei video e quindi vedi l’artigiano che ti racconta la sua storia, il suo punto di vista su quella che è l’artigianalità anche al giorno d’oggi e quindi ti presentiamo anche il prodotto».

Come scegliete gli artigiani con cui collaborate?
«Li abbiamo cercati, siamo andati a trovarli e visto come lavoravano. Abbiamo sentito le loro storie e abbiamo scelto chi rispettava i nostri principi, i nostri valori e quello che è il taglio che vogliamo dare alla piattaforma che vuol essere un prodotto di lusso e quindi deve garantire certi standard. All’inizio gli artigiani li abbiamo selezionati direttamente noi, trovandoli su vari canali dalle riviste di settore, a ricerche sul web, alle fiere di settore in cui siamo andati. Ora stiamo ricevendo delle richieste da loro stessi che ci scrivono per entrare nella piattaforma. Resta comunque il fatto che devono rispettare dei principi che garantiscano che la nostra piattaforma sia riconosciuta come un luogo dove trovare il lusso e il made in Italy vero».

Quali sono questi criteri di scelta?
«Sicuramente la qualità del prodotto, quindi da dove viene acquistata la pelle, deve essere tutto al 100 per cento made in Italy. A volte devono essere aziende che abbiano anni di storia. Ce ne sono alcune che hanno anche 70 anni e che quindi hanno una sorta di marchio di fabbrica. Devono avere anche dei prodotti che siano unici a loro modo. Ci piace avere alcuni prodotti che siano iconici, per questo cerchiamo artigiani che producano oggetti unici nel loro genere. Ad esempio, abbiamo un artigiano che riproduce la prima borsa che suo padre aveva creato nel 1954, la fa oggi con la stessa pressa dell’epoca, e poi viene dipinta a mano come faceva sua madre che era una pittrice. Oggi quella borsa è realizzata come 70 anni fa».

Ci sono esclusive?
«Ad oggi, principalmente, i prodotti che abbiamo sono quasi tutti in esclusiva, o quantomeno in esclusiva sul web. Siamo gli unici a venderli sui canali digitali, perché tanti di questi artigiani non hanno un negozio fisico. In altri casi si tratta di aziende della provincia italiana che vendono soltanto alle fiere di settore».

Come funziona per chi compra?
«Cerchiamo di accompagnare il cliente nella storia che noi stessi stiamo conoscendo. L’obiettivo non è la sola transazione, ma far conoscere tutto quello che c’è dietro al made in Italy. Si parte da attività di marketing, principalmente sui social network dove presentiamo queste persone, raccontiamo le loro storie e quelle dei prodotti. Da qui il cliente arriva sul sito dove può trovare video e foto delle botteghe e, ovviamente, anche il prodotto da acquistare. Questo, essendo artigianale, richiede del tempo per essere creato. Quindi una volta inviato l’ordine, il cliente viene accompagnato attraverso tutto il processo di produzione. Inviamo degli update periodici, nei giorni che passano dall’ordine alla consegna, e raccontiamo dove la pelle è stata acquistata, mostriamo l’artigiano che lavora e il prodotto che viene via via creato e che poi arriverà a casa del cliente».

Perché la scelta di vendere solo borse?
«Abbiamo deciso di partire focalizzati anche perché dalle indagini fatte prima di lanciare il sito abbiamo riscontrato che la borsa in pelle era quella che più, nei mercati di riferimento, richiamava l’idea di made in Italy e di qualità, quindi ci sembrava un po’ il prodotto iconico per lanciare la nostra idea. Ad oggi ci stiamo focalizzando su questo e per farci conoscere un po’ come la piattaforma della pelletteria made in Italy, ma in realtà stiamo già pensando a nuove categorie, perché l’Italia è fatta da distretti produttivi. Ad oggi siamo concentrati principalmente su Scandicci e la Toscana che sono i distretti cuore della pelletteria, ma ce ne sono tanti altri che vorremmo portare sulla nostra piattaforma, sto pensando alla seta a Como o al cachemire. Poi arriverà anche la piccola pelletteria come portafogli, cinture e tutto ciò che è l’oggettistica».

Come vi siete finanziati?
«Non abbiamo utilizzato crowdfunding o finanziamenti di questo tipo. L’idea è nata quando eravamo all’estero, per cui abbiamo sfruttato alcuni canali che avevamo in quel momento. A Stanford c’erano degli acceleratori come Launchpad e abbiamo partecipato a dei programmi che aiutano a sviluppare la tua idea seguendoti nello sviluppo e nei primi lanci. Poi, il nostro guadagno è una percentuale sul venduto: ci accordiamo con gli artigiani e decidiamo insieme quello che è il prezzo finale che andrà sulla piattaforma, così da non creare problemi con altri rivenditori fisici che possono vendere alcuni di quei prodotti. Inoltre, vogliamo lasciare all’artigiano un margine che lo ripaghi di quella che è la sua qualità e la sua storia e quindi lasciamo a lui la maggior parte, trattenendo solo una percentuale con cui ci finanziamo».

Come state promuovendo la piattaforma?
«Principalmente online, sfruttando i canali social come Instagram, Youtube, Facebook ecc… In futuro pensiamo anche ad eventi offline come l’idea di organizzare qualche evento in alcuni Paesi».

Anche in Italia?
«Principalmente puntiamo ai mercati esteri. Tuttavia, abbiamo notato che anche gli italiani si appassionano alle storie che raccontiamo, perché in fondo si tratta della storia di tutti noi. Per questo, sicuramente, svilupperemo qualche evento in Italia per farci conoscere sempre di più».

Sul vostro sito c’è una sezione magazine.
«Per noi è una sorta di blog, un modo per offrire una vista sul nostro Paese e sui luoghi d’origine dei nostri artigiani e dei loro prodotti. La nostra idea è raccontare questi luoghi a un consumatore che magari viene in Italia solo per vacanza. I nostri prodotti, quindi, vengono fatti ripresi in foto che li ritraggono nei luoghi dove sono nati, perché c’è tanto di questi posti negli oggetti creati».

Progetti per il futuro?
«Le direttrici su cui ci stiamo sviluppando sono molteplici. Ora stiamo lavorando per ingrandire il team. Stiamo cercando di creare un gruppo di persone che sia il più completo possibile e che ci permetta di affrontare questa sfida con tutti gli strumenti che ci servono per fare bene. Inoltre, i prossimi mesi saranno concentrati a coinvolgere nel progetto sempre più artigiani. Ad oggi ne abbiamo 10 sulla piattaforma e vorremmo arrivare a 30 nei prossimi due mesi. Infine, cercare di farci conoscere maggiormente sui canali che targettizziamo, che sono principalmente Asia (Corea del Sud, Giappone, Cina) e Stati Uniti e fare delle strategie dedicate per Paese».

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Martina Capriotti e Ciro Di Lanno, fondatori di Mirta

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