Mafia: il poliziotto che catturò Provenzano, ‘morto con suoi segreti’  

(di Elvira Terranova) – “Ricordo come fosse ieri l’emozione e il pianto liberatorio dei miei ragazzi, tutti quanti, subito dopo l’arresto di Bernardo Provenzano. E’ stata ripagata una fatica durata anni e che ha costretto decine di poliziotti a fare tanti sacrifici. A non vedere per settimane i propri cari. Ma, alla fine, la sensazione è stata quella che lavorando bene il risultato non era impossibile”. Giuseppe Gualtieri si emoziona ancora quando torna indietro nel tempo, a quell’11 aprile del 2006, quando i suoi ‘ragazzi’, gli uomini della Squadra mobile della Questura di Palermo fecero irruzione nel casolare di Montagna dei Cavalli, nei pressi di Corleone (Palermo). Gualtieri, che oggi è Prefetto a Vibo Valentia, tredici anni fa era il Dirigente della Squadra mobile di Palermo. Mentre Renato Cortese, che oggi è Questore di Palermo, dirigeva la Squadra Catturandi. Fu proprio Cortese a fare irruzione nel casolare, tra le caciotte di formaggio e cicoria, in cui si nascondeva il capo dei Capi di Cosa nostra. Un arresto arrivato dopo più di 40 anni di latitanza.  

Un’indagine complessa, come ricorda oggi Giuseppe Gualtieri. Il boss dei boss di Cosa Nostra, morto nel luglio 2016 all’età di 83 anni, non comunicava via telefono, radio e tanto meno si fidava di quel Web che prendeva già piede nei suoi ultimi anni di reggenza. Per non farsi intercettare aveva scelto di comandare l’organizzazione criminale più potente del nostro Paese attraverso dei comuni biglietti. Scriveva a penna alla compagna, ai figli e al nipote Carmelo Gariffo. E impartiva ordini al suo clan. Fu proprio un pizzino, però, a tradirlo tredici anni fa. 

“Ancora oggi la cattura di Provenzano – racconta Gualtieri in una intervista all’Adnkronos – resta la sintesi di un bellissimo gioco di squadra che è durato negli anni, con metodo. Il punto di arrivo di un’azione costante di tante persone”. Perché “si può essere vincenti solo se si uniti e organizzati”. “Dalla Sicilia è partita una forte coscienza di senza di cittadinanza che ha fatto sì che anche in Calabria, dove la ‘ndrangheta presenta punti pervasivi. Ma c’è una reazione della società civile alla cultura della mafia. Senza la partecipazione dei cittadini la lotta repressiva e giudiziaria, che pure ha ottenuto molti successi, resta lettera morta perché non cambia la realtà”.  

Ma quanti segreti si è portato nella tomba Provenzano? “Un fatto è certo – spiega Gualtieri – non si è mai pentito e, insieme a Vito Ciancimino, erano considerati i ‘politici’ del gruppo criminale, mentre l’altro capomafia, Totò Riina, era un ‘vastasuni’ criminale”. Ma oggi quale è lo stato di salute di Cosa nostra? “E’ ancora molto forte – dice Gualtieri – anche se non se ne sente parlare più di tanto. Oggi la mafia è tornata a quel fiume sotterraneo che nessuno sente e di cui si sente il rumore da lontano”.  

Dopo la morte di Provenzano e di Riina, resta adesso l’ultima ‘primula rossa’ di Cosa nostra da arrestare: Matteo Messina Denaro. “Penso che anche lui prima o poi verrà arrestato”. Anche Gualtieri, come altri investigatori come lo stesso Renato Cortese, ridimensiona il ruolo di Messina Denaro. Se per il questore di Palermo, l’uomo che mise le manette a Provenzano, “in questo momento storico dalle indagini su Palermo, ma anche su tutte le altre province siciliane, non emerge un ruolo attivo di Messina Denaro” perché “probabilmente non ha più alcun ruolo nell’organizzazione e quindi è defilato”, per Gualtieri, il boss latitante da 30 anni “è un capofamiglia importante sul territorio, che ha saputo investire bene, con un’opera attenta di penetrazione nell’economia con prestanome importanti. Ma non è il capo della mafia siciliana”.  

(Fonte: Adnkronos)