Maltempo, Anbi: «Serviranno 20 anni per risistemare il Paese»

Il presidente dell'associazione dei consorzi di bonifica, Francesco Vincenzi, spiega a Momento Italia i rischi del dissesto idrogeologico e quanto ci vorrà per porre rimedio alle situazioni di emergenza

maltempo
Consorzio di Bonifica Renana (Emilia Romagna)

Le forti precipitazioni dell’ultimo mese (considerato dagli esperti il più piovoso di sempre) hanno visto il nostro Paese devastato da Nord a Sud dalle gravi conseguenze di questo cambiamento climatico. Dall’acqua alta a Venezia che ha raggiunto uno dei livelli più alti nella storia del capoluogo veneto, fino ai casi di Matera e Reggio Calabria, senza dimenticare la caduta di parte di un viadotto sulla tratta autostradale Torino-Savona, il maltempo ha creato danni in tutta l’Italia. Una situazione che, a detta di Francesco Vincenzi, presidente dell’Anbi (Associazione Nazionale Bonifiche Irrigazioni Miglioramenti Fondiari) non può più essere definita eccezionale, in quanto,  purtroppo, «quando un simile fenomeno dura da più di un mese è il segno che dobbiamo abituarci a un cambiamento della piovosità nel nostro territorio». L’associazione di cui Vincenzi è presidente, racchiude tutti i consorzi di bonifica che si occupano del cosiddetto reticolo idrico minore, tranne in alcune regioni dove previa convenzione con gli Enti vengono gestiti anche i fiumi naturali. In un’intervista rilasciata a Momento Italia, il numero 1 dell’Anbi affronta la tematica del rischio idrogeologico nel nostro Paese.

Quali sono i rischi più gravi a cui si va incontro a causa di questi fenomeni meteorologici e cosa si può fare per prevenire eventuali danni e pericoli alla popolazione?
«Purtroppo, il rischio più grande è quello della perdita di vite umane. In questo caso la speranza e l’auspicio è che non succeda mai. Un’altra cosa che preoccupa, naturalmente, è l’impatto negativo che potrebbe ripercuotersi sull’economia del nostro territorio, perché un Paese così fragile e sempre in difficoltà a causa dei cambiamenti climatici, può anche portare a una mancanza di interesse dal punto di vista degli investimenti economici che potrebbero venire da investitori esteri, ma anche dello stesso imprenditore italiano che si trova più volte colpito, in poco tempo, da un evento calamitoso». 

Abbiamo tutti in mente le immagini di smottamenti e frane, avvenuti in questo periodo.
«Certo, quando si parla di dissesto lo si fa a 360 gradi. Possono essere dei cedimenti di argini di alcuni canali o di alcuni fiumi, con casi di esondazioni. Possono essere, purtroppo, anche delle frane che avvengono spesso in territori appenninici del nostro territorio. Si possono verificare tanti fenomeni che andrebbero arginati con dei processi normativi e ne cito uno per tutti, come quello del consumo del suolo. L’alternativa è quella di veder aumentare il rischio di esondazioni, smottamenti e tenuta del territorio a causa del cambiamento delle piogge. Dall’altra parte è necessario creare da un lato la manutenzione ordinaria che serve a mantenere efficiente tutta la rete naturale ed artificiale del nostro Paese e dall’altra parte occorre un piano di manutenzione straordinaria che serve ad adeguare le opere sul territorio,  su tutte lo studio di strutture che regolino le piene quando l’acqua è troppa e la trattengano nei momenti di siccità. Perché, come è noto, viviamo 6 mesi in allerta inondazione e 6 in allerta siccità. Si passa da un eccesso all’altro». 

Francesco Vincenzi, presidente Anbi

Quanti sono stati gli interventi svolti dall’Anbi in quest’anno e in questo periodo?
«In tutto il territorio nazionale vengono investiti più di 600 milioni di euro di manutenzione ordinaria. Questo vuol dire che quotidianamente all’interno del territorio dove sono presenti i consorzi di bonifica, risagomiamo gli argini dei canali, manutentiamo gli impianti idrovori dove siamo sotto il livello del mare o pochi metri sopra il livello del mare, dove c’è bisogno di sollevare l’acqua e buttarla nei fiumi principali per poi farla arrivare al mare. In più, negli ultimi anni, abbiamo avuto una capacità straordinaria di progettazione che ci ha visto protagonisti in oltre 1 miliardo di finanziamenti pubblici dalla fine del 2018 ad oggi e questi finanziamenti serviranno alla messa in sicurezza di quasi più della metà del territorio dalle inondazioni e dalle piene idrauliche e dal punto di vista della disponibilità irrigua». 

Oltre alle zone maggiormente interessate dalle perturbazioni, quali sono state le località più colpite? E quelle più a rischio, soprattutto per i prossimi tempi? «Guardando i dati dell’Ispra, oltre il 90 per cento dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico. È chiaro che se quello che è successo in Piemonte, in Liguria in questo fine settimana, succede in qualche altra Regione italiana, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Poi ci sono alcune Regioni che a causa di eventi verificatisi negli anni precedenti riescono a tenere di più rispetto ad altre. Il Veneto, ad esempio, ha fatto negli ultimi 10 anni una serie di investimenti che hanno messo in sicurezza buona parte del suo territorio grazie alla costruzione di casse d’espansione e di nuovi impianti idrovori che hanno messo in sicurezza una regione che da un lato è lambito per la quasi totalità dal mare e dall’altro ha montagne e colline che fanno scendere in modo veloce l’acqua. Quanto fatto finora non è però sufficiente: occorre continuare perché purtroppo i cambiamenti climatici ci impongono una continua rimodulazione degli investimenti, che a causa della burocrazia non sono sempre così veloci e le cose, molto spesso si allungano per troppi anni. Questo, ancora oggi, non è capito dai cittadini, per cui la sfida da affrontare è quella di ammodernare il Paese dal punto di vista burocratico per ridurre quei tempi di “inefficienza” che aumentano il rischio in varie zone».

Quanto ci vorrà per “normalizzare” l’emergenza?
«Quello che bisogna fare è innanzitutto una conta dei danni e un ripristino immediato di quelle situazioni di criticità che possono mettere in pericolo popolazioni, imprese e territori. Per questo bisogna aspettare che il meteo si sistemi e avere la disponibilità degli uomini di andare a rideterminare quello che è necessario. Però è illusorio pensare che questa situazione del Paese si sistemi in poco tempo. Abbiamo sempre detto che occorre un piano almeno ventennale, come una goccia che tutti gli anni riempie il mare, per sistemare quello che, purtroppo, negli ultimi 40 anni di opere infrastrutturali e straordinarie, non è stato fatto». 

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