Mamme equilibriste, il rapporto di Save the children su maternità e lavoro in Italia

In un Paese in cui la denatalità ha toccato un nuovo record, le donne che decidono di avere dei figli rinunciano sempre più spesso alla carriera quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari

maternità

Madre attenta e lavoratrice efficiente, chissà perché quando si parla di bassa natalità in Italia non si dice mai quanto difficile diventa per una donna conciliare tempi di vita e di lavoro. Strategie di sopravvivenza quotidiane, equilibrismi di ogni giorno caratterizzano le donne che decidono di diventare madri. E si chiama appunto “Le Equilibriste. La maternità in Italia” il report annuale pubblicato dall’associazione “Save the children” che si batte, in Italia e nel mondo, per la tutela dei più piccoli.

La natalità in cifre
Il rapporto parte da un’analisi demografica ed economica che lascia poco spazio ai dubbi. L’Istat rileva che nel 2017, su una popolazione di poco più di 60 milioni di residenti si contavano appena 464 mila nuovi nati, il 2 per cento in meno rispetto al 2016. Un nuovo record di denatalità che messo a confronto con i numeri degli anni ’60, quando le nascite toccavano il milione, fotografa esattamente la gravità della situazione. Perché il calo delle nascite ha evidentemente ripercussioni su occupazione, previdenza, sanità ed equilibri sociali.

Madre e lavoratrice? Non sempre si può
Per una donna che voglia essere madre e continuare a lavorare la vita si complica. Se una mamma non può avvalersi dell’aiuto di parenti e il bimbo non viene accolto al nido la donna è spesso costretta alle dimissioni. Affidarsi a un privato (baby sitter o nido) è infatti privilegio di pochi: i costi di assistenza possono raggiungere livelli altissimi. Una baby sitter può costare fra i 7 e i 12 euro l’ora. Un nido privato anche più di 1000 euro. Ecco allora che il gender gap (divario di genere) nel nostro paese risulta particolarmente largo: il Rapporto di Save the children cita il Global Gender Gap Record, elaborato ogni anno dal World Economic Forum prendendo in considerazione una serie di indicatori relativi alla condizione femminile. L’Italia, nel 2017, si posiziona all’82esimo posto su 144 paesi, in netto peggioramento rispetto agli anni passati (50a nel 2016, 41a nel 2015). Un risultato negativo dovuto soprattutto agli indicatori relativi al mercato del lavoro e alle opportunità economiche per le donne. Se il gender gap fosse eliminato, dice uno studio della Banca Mondiale, il Pil potrebbe crescere del 15 per cento.

L’una tantum che non aiuta
Purtroppo la politica sembra affrontare il tema a colpi di interventi spot e senza l’adozione di provvedimenti strutturali e a lungo termine. Tanti i bonus varati negli ultimi anni: il bonus bebè, il voucher baby sitter, il bonus asili nido. Tutte misure una tantum che, secondo Save the children, andrebbero «accompagnate da investimenti a sostegno di piani di lungo periodo che prevedano il miglioramento, l’ampliamento o la creazione di nuovi servizi a vocazione collettiva piuttosto che la risposta a bisogni emergenziali e individuali». Il servizio di asilo nido per esempio copre solo una percentuale minoritaria della domanda e molto lontani, soprattutto in alcuni Comuni, sono gli obiettivi di Barcellona, che prevedono la copertura del 33 per cento della popolazione sotto i tre anni a livello nazionale. Il nostro paese è molto indietro anche sui congedi parentali. Al di là del congedo maternità retribuito, che in Italia è garantito per 21,7 settimane e del congedo parentale facoltativo, disponibile per le madri per 26 settimane, rimane ancora molto da fare per l’incentivazione dei padri nel ruolo di cura. In Italia il congedo parentale prevede per i nati nel 2018 quattro giorni di congedo obbligatorio e un giorno di congedo facoltativo retribuiti al 100 pèr cento. «Siamo molto lontani da misure in grado di garantire la condivisione della responsabilità genitoriale».

Quando è l’impresa che aiuta le famiglie
Per fortuna è in aumento il welfare aziendale: secondo l’Istat il 37 per cento delle aziende in Italia ha attivato strumenti per flessibilizzare l’orario di lavoro dei dipendenti e il 17,5 per cento delle aziende offre servizi di asilo nido, servizi sociali, ricreativi e di assistenza. Ma è chiaro che per una piccola o media impresa l’adozione di misure del genere può essere molto complicata.

«Le sfide da vincere sono ancora tante – avverte perciò Save the children – La condizione della madri può migliorare innanzitutto solo se si mira ad avviare una crescita sociale del Paese, a partire da un investimento nella scuola e nei servizi educativi per la prima infanzia educando tutte le generazioni ad una visione più moderna e paritaria della condizione femminile e, all’interno di questa, della condizione materna».

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