Marcinelle: il figlio di una vittima, ’17 corpi non identificati, ora dare un nome’   

“In un perimetro del cimitero di Bois du Cazier, qui a Marcinelle, in una tomba comune giacciono ancora i resti di 17 uomini morti nel rogo a mille metri di profondità. C’è scritto ‘Inconnus’, sconosciuti, perché non sono stati ufficialmente identificati. Dodici di loro sono italiani, 5 di altri paesi. Per questo, anche oggi, ho chiesto alla viceministra per gli Affari esteri, Emanuela Claudia Del Re, presente alla cerimonia di commemorazione in rappresentanza del governo italiano, di avviare quanto necessario per dare un nome e una degna sepoltura a quei resti, tra cui ci sono quelli di mio padre”. Michele Cicora, figlio di Francesco, uno dei 136 minatori italiani morti nel rogo nelle viscere della miniera di Marcinelle 63 anni fa, racconta ad Adnkronos/Labitalia la sua iniziativa per tenere viva la memoria della tragedia. 

“Nel mio intervento oggi alla cerimonia -spiega Cicora- ho chiesto al governo di attivarsi fattivamente. Da parte del governo belga, ho già trovato una certa disponibilità. Mi appoggiano il direttore del Museo di Bois du Cazier, Jean Louis De Laet, e tutta la direzione, che già hanno contattato un’agenzia specializzata in ricerche di Dna e un’agenzia di onoranze funebri che dovrebbe riesumare e poi ritumulare i resti. Manca un’ultima approvazione del ministro belga della Giustizia”. 

“Purtroppo, nelle mie ricerche dei parenti italiani delle vittime non identificate sto incontrando qualche ostacolo: innanzitutto perché 7-8 persone quando sono morte erano celibi e non avevano figli e poi perché ho trovato resistenze, soprattutto in diverse amministrazioni locali di Abruzzo e Puglia, a farmi fare le ricerche. Ma ho giurato sulla tomba di mio padre che avrei fatto di tutto per restituire un nome e una dignità e andrò avanti”, conclude Cicora.  

Per Cicora non è solo una questione personale. Marcinelle ha ancora da insegnare molte cose a tutti noi. “L’ho detto al ministro degli Esteri Moavero Milanesi quando l’ho incontrato: l’Europa è nata qui, 1.000 mt sotto terra, dove a lavorare e a morire c’erano uomini di 12 nazioni diverse”. Michele aveva 4 anni quando il padre, che aveva solo 48 anni, morì.”Nelle ultime due lettere che aveva mandato alla mamma, -dice- aveva scritto che avrebbe lavorato ancora qualche mese, giusto il tempo per recuperare i soldi che gli erano serviti per pagare il viaggio a uno dei miei fratelli che, quando appena 17enne, era emigrato in Venezuela e poi sarebbe rientrato in Italia. Purtroppo, non ce l’ha fatta”. 

Cicora lavora a Londra, insegna italiano in una prestigiosa scuola della capitale del Regno Unito e ricorda gli anni che sono seguiti alla tragedia: “Abitavamo a S.Giuliano di Puglia, in Molise, eravamo 7 fratelli e, per quanto anche allora se ne facesse un gran parlare, nessuno ci ha aiutato. Il fatto di essere orfani di vittime del lavoro avrebbe dovuto darci una qualche priorità nei concorsi, ma nessun aiuto ci è mai arrivato, sotto nessuna forma”.  

Cicora come ogni anno è andato a Marcinelle, al sacrario di Bois du Cazier, alla cerimonia che ricorda quella che è stata una delle tragedie sul lavoro più atroci di questo secolo. “Non si può dimenticare -dice Cicora- un fatto come questo. Dobbiamo essere grati a chi è morto qui, perché è anche grazie a questi minatori che l’Italia è diventata un grande Paese”. “Bisogna portare a conoscenza della gente il valore dell’emigrazione -chiede Cicora- come hanno fatto gli Stati Uniti dedicando alle persone che sono andate lì a lavorare il Museo di Ellis Island. Pensiamo solo alle rimesse che hanno mandato i nostri emigrati dal tutto il mondo, un valore enorme grazie al quale sono stati creati posti di lavoro”.  

“Nel 2016 qui a Marcinelle è stata fatta una mostra interessante: ad ogni minatore morto nel rogo sottoterra veniva abbinata un’opera d’arte, un quadro o anche un disegno di un bambino. Una bimba di 10 aveva scritto questa frase: ‘Ci sarà sempre una matita per scrivere il futuro, ma non ci sarà mai una gomma per cancellare il passato’. Questo dobbiamo tenere sempre a memoria”, conclude. 

(Fonte: Adnkronos Labitalia)

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