Medico cattolico licenziato perché divorziato e risposato. L’Ue lo “assolve”

Per la Corte di Giustizia, il provvedimento «può costituire una discriminazione vietata» fondata su motivi religiosi

corte giustizia europea

Un medico, un primario di Medicina interna nel caso specifico, di religione cattolica e che lavora in un ospedale cattolico non può essere licenziato semplicemente perché ha divorziato e si è risposato. Lo stabilisce la Corte di Giustizia dell’Ue, in una sentenza relativa al caso di un medico che lavorava in una clinica gestita da un ente che fa capo alla diocesi di Colonia, in Germania. Per la Corte, che arriva a una conclusione simile a quella suggerita nella primavera scorsa dall’avvocato generale, licenziare un medico che lavora in un ospedale cattolico solo perché si è risposato «può costituire una discriminazione vietata», fondata su motivi religiosi.

Per la Corte, l’obbligo per un primario cattolico di rispettare il carattere sacro e indissolubile del matrimonio secondo la concezione della Chiesa cattolica «non sembra costituire un requisito professionale essenziale, legittimo e giustificato», circostanza tuttavia che spetta alla Corte federale del lavoro di verificare.

La storia
J.Q., che è di religione cattolica, lavorava come primario in una clinica di Duesseldorf gestita dall’Ir, ente legato alla Diocesi di Colonia. L’Ir, quando ha saputo che J.Q., dopo il divorzio dalla prima moglie con la quale era sposato secondo il rito cattolico, si era risposato civilmente, senza che il primo matrimonio fosse stato annullato, lo ha licenziato. Secondo l’Ir, J.Q., contraendo un matrimonio nullo per il diritto canonico, sarebbe «gravemente venuto meno agli obblighi derivanti dal contratto di lavoro».

Il contratto di lavoro in questione rinvia al regolamento di base del servizio ecclesiastico nell’ambito dei rapporti di lavoro nella Chiesa (in gergo GrO 1993) , che prevede che la conclusione di un matrimonio invalido secondo il diritto canonico da parte di un dirigente cattolico costituisce una grave violazione degli obblighi di lealtà e giustifica il suo licenziamento. Per la Chiesa cattolica, il matrimonio religioso è sacro e indissolubile. Il medico ha contestato il suo licenziamento dinanzi ai giudici del lavoro tedeschi, sostenendo che il suo secondo matrimonio non costituiva un motivo valido per il licenziamento. Secondo il primario,il suo licenziamento violerebbe il principio di parità di trattamento visto che, secondo il GrO 1993, per i primari di confessione protestante o atei un secondo matrimonio non avrebbe prodotto alcuna conseguenza giuridica sul loro rapporto di lavoro con l’Ir. Il Bundesarbeitsgericht (Corte federale del lavoro, Germania) si è rivolta alla Corte chiedendole di interpretare la direttiva sulla parità di trattamento , che vieta, in linea di principio, che un lavoratore sia discriminato in funzione della sua religione. Con la sentenza, la Corte dichiara che la decisione di una chiesa o di un’altra organizzazione, la cui etica sia fondata sulla religione o le convinzioni personali e che gestisce una struttura ospedaliera, di sottoporre i suoi dirigenti a obblighi di atteggiamento di buona fede e di lealtà nei confronti di tale etica diversi in funzione della confessione o agnosticismo di tali dipendenti, deve poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo.

 

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