Memorandum Cina, opportunità o meno per l’Italia?

Intervista al professor Federico Masini, ordinario di Lingua e Letteratura Cinese, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università La Sapienza di Roma

Diventeremo “preda” dell’economia cinese o troveremo nuove occasioni di sviluppo per il nostro paese? La sigla di un memorandum fra Italia e Cina ha fatto molto discutere e dal 21 al 23 marzo il presidente cinese Xi Jinping sarà in Italia per trasformare insieme al governo italiano quelle pagine di impegni e raccomandazioni generiche in qualcosa di più concreto. Negli obiettivi del governo italiano c’è quello di aiutare le imprese nostrane a esportare e a investire in Cina. Del resto l’economia cinese, a dispetto di quella italiana, corre e il nostro paese è rimasto un po’ indietro nella caccia agli investimenti cinesi che, dal 2007 al 2018 hanno raggiunto in Europa i 315 miliardi. Il nostro export però è in ripresa. Secondo i dati diffusi dalla Fondazione Italia-Cina nel 2017 si è registrata la miglior performance di sempre dell’export italiano in Cina, per la prima volta sopra i 20 miliardi di dollari: i 20,41 miliardi superano infatti il record del 2014 e fanno segnare una crescita fortemente significativa, superiore al 22 per cento, mai così accelerata dal 2010. Ai cinesi piace molto la moda italiana, i mobili e il nostro vino. E le imprese cinesi sono già presenti sul territorio italiano: a fine 2017 risultano direttamente presenti in Italia, attraverso almeno un’impresa partecipata, 300 gruppi cinesi. Eppure c’è chi vede nell’intesa voluta dal governo gialloverde un pericolo e Unione europea e Stati Uniti hanno già manifestato qualche malumore per l’iniziativa italiana.

Il professore Federico Masini, ordinario di Lingua e Letteratura Cinese, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università La Sapienza di Roma che in Cina ha studiato e lavorato a lungo, ci aiuta a capire meglio cos’è questo memorandum.
«Lo strumento del memorandum si usa solitamente per fissare i punti su cui si è raggiunto un accordo. Nel caso del memorandum Italia-Cina c’è tutto e nulla. In pratica viene fissato un generico impegno di Italia e Cina a sviluppare collaborazioni future nell’ambito del progetto chiamato “La via della seta”»

Dunque è sbagliato parlare di rischio invasione?
«E’ evidente che per i cinesi è importante acquisire questa disponibilità dell’Italia a collaborare. La Cina ha bisogno di trovare dei nuovi mercati e in cambio è disposta a contribuire allo sviluppo economico e strutturale degli altri paesi. Lo sta facendo in Africa per esempio. Il problema non è l’accordo, ma bisogna avere capacità contrattuale e i nostri attuali governanti non sembrano averla».

Potrebbe essere una grande opportunità di crescita per la nostra economia? «Sicuramente può esserlo, ma perché lo sia si dovrebbe avere ben presente quali sono le condizioni del nostro Paese e quali obiettivi si vogliono ottenere. Altrimenti c’è il rischio che l’accordo si riveli vantaggioso solo per una parte».

Per esempio però il porto di Genova, che attraversa da tempo una grave crisi ha già attirato le attenzioni dei cinesi che sono  partner dell’operazione di costruzione della piattaforma contenitori, in quanto azionisti al 9 per cento della società Apm terminal Vado ligure.
«Ecco però anche lì dobbiamo avere ben chiaro cosa vogliamo far diventare il porto di Genova. Perché magari ai cinesi interessa ampliarlo e far diventare tutta la Liguria un porto. Dunque noi dobbiamo avere ben presente quanto deve crescere: se sappiamo cosa è bene per noi possiamo condurre una trattativa fruttuosa. Insomma, non si può improvvisare».

Perché agli Stati Uniti dà fastidio una eventuale collaborazione fra Italia e Cina?
«Ormai la Cina è il principale competitor a livello mondiale degli Usa che temono di perdere sacche di mercato per i loro prodotti e anche l’egemonia politica su molti territori. La Cina è ormai una superpotenza, pensiamo solo agli stretti legami che ha con l’Iran».

Però altri paesi europei hanno rapporti stretti con i cinesi.
«La Germania e la Francia non hanno sottoscritto ancora un accordo formale ma hanno un interscambio e relazioni commerciali di molto superiori a quelle italiane».