M&G, l’esperto risponde. Aziende e internet: diritto all’oblio e d’espressione

    Se è importante tutelare il diritto di ogni individuo a poter esprimere la propria opinione riguardo un dato servizio o una data azienda, è altresì vero che quel parere non può rappresentare una perenne spada di Damocle per gli interessi ed i destini di quelle stesse aziende

    M&G

    «Scrivi una recensione»… Con queste parole, in modo mellifluo e, come vedremo, un po’ spericolato, Google ti da il benvenuto nella URL relativa all’azienda di turno, solleticando l’ego di ogni internauta che desideri dire la sua. E poco importa che si tratti di Shakespeare o del Cipolla, ogni parere resta impresso sullo schermo ad imperitura memoria, nella totale noncuranza delle conseguenze, potenzialmente nefaste, che certi commenti potranno portarsi dietro.

    Ed è proprio attorno agli effetti prodotti da questo “diritto d’espressione pompato di steroidi” che si concentra la nostra analisi, nella consapevolezza di non poter certamente fornire una soluzione definitiva all’annosa lotta tra privacy e libertà di dire la propria.

    Perché, se è importante tutelare il diritto di ogni individuo a poter esprimere la propria opinione riguardo un dato servizio o una data azienda, è altresì vero che quel parere non può rappresentare una perenne spada di Damocle per gli interessi ed i destini di quelle stesse aziende.

    Il tutto poi, alla luce della stringente normativa in materia di privacy introdotta in Europa con il GDPR 679/2018, assume sfumature e profili probabilmente inimmaginabili sino a pochi anni fa; e poco importa se il regolamento europeo non trovi – per il momento almeno – applicazione riguardo alle persone giuridiche, poiché appare di tutta evidenza come questo tecnicismo non rappresenti altro che una misera foglia di fico a vana copertura di un concetto assai semplice: dietro ad ogni persona giuridica soggiacciono gli innumerevoli interessi di imprenditori e dipendenti che, invece, sono persone fisiche di cui occorrerebbe tenere il dovuto conto.

    È opportuno, al riguardo, richiamare un documento che spesso si tende a ignorare e che, invece, dovrebbe essere letto come una guida interpretativa del regolamento: la Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo e al Consiglio sullo «scambio e protezione dei dati personali in un mondo globalizzato» (COM 2017 n.7, del 10.1.2017).

    Il documento sottolinea in particolare che «il rispetto della privacy è una condizione necessaria per flussi commerciali stabili, sicuri e competitivi a livello mondiale».

    In buona sostanza, sia che si riferiscano a persone fisiche, sia che si riferiscano a persone giuridiche, i dati personali debbono essere “presi sul serio”, come tutti i diritti fondamentali; una volta che siano violati, ogni forma di risarcimento è solo un palliativo, perché la persona (fisica o giuridica) non potrebbe essere posta nella medesima condizione in cui si sarebbe trovata se l’illecito non fosse stato commesso.

    Il canale di recensioni attualmente presente sui motori di ricerca, ha l’intrinseco fine di «consentire agli utenti di esprimere la propria opinione, promuovendo la società che fornisce servizi di qualità e aiutando a migliorare con le loro critiche chi non incontra le loro aspettative…..potendo così usufruire di un’ esperienza di consumo più consapevole»; tuttavia tale nobile finalità, potrebbe legittimamente esistere nel mondo conosciuto, se alla base vi fosse un’ autorità terza, investita del compito di valutare – attraverso un’ attenta verifica – la veridicità, autenticità e fondatezza delle recensioni rilasciate.

    Ma, se come di fatto accade, a giudicare sulla qualità dei contenuti del proprio servizio è il medesimo fornitore di quel servizio, appare evidente come qualcosa non torni.

    Peraltro, l’account attraverso il quale è possibile pubblicare e memorizzare recensioni, non si avvale neppure di un riconoscimento di identità certificato all’atto dell’apertura, bensì richiede (e solamente in taluni casi) l’inserimento di una semplice numerazione telefonica, con la quale è possibile generare più account validi al rilascio di molteplici recensioni.

    Appare di tutta evidenza, quindi, come la scarsa attendibilità del sistema in un contesto di questo genere non garantisca al pubblico «la possibilità di farsi un’ idea della società e del servizio offerto…», ma ne piloti semplicemente le impressioni, sulla base di recensioni rilasciate in maniera arbitraria, con finalità molto diverse da quelle prospettate.

    Senza la barriera posta dal diritto alla privacy, un potenziale competitor della nostra azienda modello, investendo una piccola somma di denaro, potrebbe garantirsi attraverso il rilascio di recensioni a pagamento, un battage pubblicitario negativo contro il malcapitato avversario, con un impagabile ritorno economico per le proprie tasche; tutto ciò di cui avrà bisogno per minare la credibilità dell’ azienda presa di mira, saranno pochi denari, un semplice smartphone e l’ account di chi è stato ingaggiato per la finalità anzidetta.

    Sottovalutare, dunque, la portata che commenti falsi, pretestuosi e rilasciati senza il benché minimo controllo comporti, equivale a negare la realtà, arrecando deliberatamente un danno al soggetto destinatario di certe recensioni.

    Alla luce della normativa vigente, è certamente vero che una persona giuridica non possa far ricorso alle tutele del GDPR 679/2018, pretendendo, ad esempio, di veder rimosso il proprio nome dai motori di ricerca nel rispetto del c.d. diritto all’ oblio, ma sarebbe miope non domandarsi il perché.

    Perché un imprenditore, che ha lavorato per costruire la propria azienda debba sottostare agli interessi – arbitrariamente prevalenti – di un sistema che non consente di esercitare il diritto all’oblio o almeno il diritto a non essere sottoposti ad una inquisizione sfrenata sulla pubblica piazza digitale?

    A giudizio di chi scrive, il diritto alla propria onorabilità dovrebbe essere garantito ad ogni costo, a dispetto di un sistema che così superficialmente consente a chiunque di commentare un’attività commerciale, un’azienda o un professionista, senza che né questi, né il consumatore terzo, possano essere garantiti circa l’attendibilità e genuinità dei commenti letti.

    Ad oggi i motori di ricerca non verificando la genuinità delle recensioni rilasciate, non hanno modo di escludere con assoluta certezza che taluni, per scopi commerciali, economici o di concorrenza, possano sistematicamente rilasciare recensioni false per orientare le scelte e l’ opinione dei consumatori, ricalcando, in pratica, le smascherate manipolazioni dei televoto o delle c.d. stelle nel campo della ristorazione.

    Già nel lontano 2008, Carlo Pileri, presidente dell’Adoc, affermò come «il televoto in Italia ha un giro d’affari di circa 15 milioni di euro» raccogliendo numerose testimonianze di ragazzi che spesero anche 235,00 euro per singola puntata.

    «C’è gente – proseguì Pileri –  che mobilita interi call center».

    Striscia la Notizia, durante l’ultimo Festival di Sanremo, ha mandato in onda l’intervista di una responsabile di call center che svelò di aver ricevuto numerosissime richieste da parte di concorrenti del “Grande Fratello”, di “X Factor” e soprattutto Sanremo, dando vita ad una vera e propria guerra all’ ultimo voto.

    Un sistema semplice: il cliente commissiona un numero di voti necessario per scalare la classifica o per raggiungere un determinato posto. Partono una valanga di votazioni attraverso le linee telefoniche fisse oppure attraverso un sistema di sms di carte prepagate ricaricate. In un giorno si possono raggiungere vette di 7.500 voti con una spesa di circa 7.000 euro.

    C’è stato chi – come il Presidente del Codacons Carlo Rienzi – arrivò a chiedere di «bloccare subito il televoto», ma, replicarono migliaia di televotanti, sarebbe dovuto essere bloccato anche quando Lele Mora investì 25.000,00 euro per far vincere a Walter Nudo l’Isola dei Famosi e chissà quante altre volte.

    Mutatis mutandis, quanto accade oggi, undici anni dopo, con le recensioni di ignota provenienza o finalità che troviamo in rete, apparentemente intoccabili in virtù di quel diritto di espressione che rappresenta, potenzialmente, uno strumento altrettanto corruttibile, manovrabile ed “acquistabile” da chi ne avesse interesse.

    Certamente le discrasie che emergono tra gli obblighi imposti ai singoli stati dalle diverse discipline continentali e statunitensi, impongono – nell’ era del “senza barriere” – la rapida elaborazione di una disciplina di collegamento tra normativa Europea ed Extraeuropea, anche in questa materia.

    La questione rimane aperta e di pressante attualità, ma qualcosa inizia a muoversi…. chissà che non ci si ritrovi qui, tra qualche tempo, a commentare orgogliosi il successo di qualche pioniere del diritto.

     

    Avv. Riccardo Veli
    (Consulente legale M&G Holding)

    LASCIA UN COMMENTO

    Please enter your comment!
    Please enter your name here

    quindici − 8 =