M&G, l’esperto risponde. La certificazione dei contratti d’appalto

    Il responsabile dell'Ufficio Certificazioni dell'M&G spiega nel dettaglio la natura giuridica del provvedimento di certificazione

    certificazione dei contratti d'appalto

    Il d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276, Dagli artt. 75 ad 84, ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico la certificazione dei contratti di lavoro. Questo istituto ha assunto, nel corso degli ultimi 15 anni, diversi significati, a seguito delle sue successive modifiche con la legge 4 novembre 2010, n. 183; la legge 10 dicembre 2014, n.183 (Jobs Act) e i successivi decreti attuativi.

    La certificazione è stata considerata, a più riprese, uno strumento attraverso il quale raggiungere l’obiettivo della deflazione del contenzioso del lavoro in tema di qualificazione dei contratti, oltre che mezzo idoneo a conferire certezza alla proliferazione delle tipologie contrattuali nel mercato del lavoro.

    Il compito del soggetto certificatore è di accertare che il contenuto del contratto stipulato tra le parti rispetti le previsioni normative e sia conforme alla qualificazione giuridica del contratto scelto.

    La sua finalità consiste nel dare certezza di fatti giuridicamente rilevanti e tale certezza viene esternata nel provvedimento di certificazione. In altre parole, attraverso la certificazione, «viene conferita certezza alla dichiarazione delle parti di porre in essere un rapporto di lavoro con determinate caratteristiche».

    Da questa prospettiva, per la dottrina giuridica, la certificazione è annoverata nella categoria degli atti amministrativi. Infatti, il provvedimento di certificazione è indubbiamente un atto di natura amministrativa, poiché l’art. 6 del d.m. 21 luglio 2004, al primo comma, afferma che «l’atto di certificazione ha natura di provvedimento amministrativo».

    Semmai, argomento di dibattito potrebbe essere che cosa comporta la natura giuridica di un provvedimento di certificazione. Poiché, non si può non evidenziare che, come qualsiasi altro atto amministrativo, il provvedimento di certificazione ha «la forza giuridica della certezza pubblica» e perciò non può essere più messa in discussione se non con un ricorso giudiziale.

    All’atto pratico, questo vuol dire che l’attività di controllo degli organi ispettivi nei confronti di un contratto certificato, avrà sicuramente un iter diverso rispetto a quello di un contratto privo di certificazione.

    Per esempio, se nel provvedimento sono presenti dei refusi (denominazione delle parti, p.iva, sede legale, ecc…) non è possibile sostenere che il provvedimento non sia valido. Il funzionario ispettivo dovrebbe contattare la Commissione certifier per richiedere la relativa documentazione per le correzioni del caso.

    Altro esempio, riguarda gli Enti bilaterali. Davanti ad un provvedimento di certificazione non è possibile sostenere che non sia valido, poiché l’Ente bilaterale della Commissione che lo ha rilasciato non ha i requisiti. Le Commissioni di certificazione in base all’art 78 comma 2 lett a del d.lgs. n. 276/2003, sono obbligate a comunicare alle Direzioni provinciali del lavoro i contratti che intendono certificare. Le Direzioni provinciali, a loro volta, provvedono ad inoltrare tale comunicazione alle autorità pubbliche nei confronti delle quali l’atto di certificazione è destinato a produrre effetti. Secondo un criterio di ragionevolezza, la contestazione dei requisiti di un Ente bilaterale dovrebbe essere sollevata all’Ente stesso, già a partire dalla ricezione della comunicazione di cui sopra. Ma foss’anche saltato questo passaggio, prima di sostenere davanti ai contraenti di un appalto certificato che il provvedimento non è valido per carenza di requisiti dell’Ente bilaterale, l’organo ispettivo dovrebbe, preventivamente, contattare la Commissione che ha certificato, per richiedere i requisiti di bilateralità e maggiore rappresentatività dell’Ente bilaterale di riferimento.

    Ancora. Se un provvedimento di certificazione è rilasciato per mezzo di un’istanza che non è uguale alla modulistica della Commissione certifier, non si può affermare che il provvedimento non è valido. Nel regolamento interno della quasi totalità delle Commissioni, si dichiara che le istanze difformi dai modelli approvati dalla Commissione, sono comunque ricevibili purché, a giudizio della Commissione, rispondano ai requisiti di legge e del regolamento stesso.

    Quindi, è possibile fare tutte le considerazioni che si vogliono, ma se i motivi della contestazione, come in questi esempi, non rientrano nei rimedi esperibili contro la certificazione tipizzati dal Legislatore con l’art 80 del d.lgs. n. 276/2003, un provvedimento di certificazione non può e non deve essere contestato. In altre parole, la contestazione di un provvedimento di certificazione, per i casi non indicati dall’art. 80, del D.Lgs. n. 276/2003, non è plausibile, in quanto ciò comporterebbe un’elusione dello stesso art. 80.

    Contrariamente, nel caso in cui, da una verifica ispettiva siano stati rilevati vizi riconducibili all’art 80 del D.Lgs. n. 276/2003, il Funzionario ispettivo deve fare riferimento alla circolare n° 9 del 1 giugno 2018 dell’INL, la quale fornisce chiare ed inequivocabili indicazioni operative sull’attività ispettiva in presenza di contratti certificati.

    Di seguito il passaggio:

    «il personale ispettivo deve adottare nel redigere il verbale conclusivo alcuni accorgimenti. Il verbale conclusivo deve recare, in relazione al disconoscimento dei contratti certificati, l’espressa avvertenza che l’efficacia di tale disconoscimento (applicazione delle sanzioni ed eventuali altri effetti derivati quali i recuperi contributivi) è condizionata al positivo espletamento del tentativo di conciliazione obbligatorio presso la Commissione di certificazione oppure, in caso di esito negativo, all’utile proposizione delle impugnazioni previste dall’art. 80, D.Lgs. n. 276/2003; L’ufficio che ha condotto gli accertamenti deve procedere, previa acquisizione del regolamento interno di funzionamento della Commissione che ha disposto la certificazione, ad esperire presso quest’ultima il tentativo obbligatorio di conciliazione in conformità alle procedure indicate nel medesimo regolamento; In caso di esito negativo del tentativo di conciliazione, l’organo di vigilanza promuoverà alternativamente (in base al tipo di vizio accertato) ricorso al giudice del lavoro o al Tar».

    Quindi l’art. 80, D.Lgs. n. 276/2003, non solo definisce i motivi per i quali è possibile contestare la certificazione, ma anche, i modi. Davanti ad un contratto certificato, l’organo ispettivo deve procedere ad esperire presso la Commissione di certificazione il tentativo obbligatorio di conciliazione o, successivamente, al giudice o al TAR. In ragione di ciò, nel verbale deve essere specificato che la sanzione è sospesa fino all’espletamento di questo passaggio obbligatorio.

    Pertanto, la cornice definita da legislatore, è chiara e netta. Il provvedimento di certificazione è un atto amministrativo che conferisce piena forza legale al contratto. Questa forza giuridica è tale che, come ogni atto amministrativo, può essere contestato, solo nelle forme e modalità esplicitate dall’ art. 80, D.Lgs. n. 276/2003.

    Fabrizio Marras
    (Responsabile Ufficio Certificazioni M&G)

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