M&G, l’esperto risponde. Rdc: il lavoro si trova ma si rifiuta, perché?

    Il recruiter dell'M&G analizza gli effetti che il reddito di cittadinanza ha determinato nel mondo del lavoro e nel modo in cui i professionisti del reclutamento ricercano e selezionano il personale

    M&G

    In un Paese come il nostro, sempre più caratterizzato da fenomeni di disoccupazione, povertà ed emarginazione sociale, tra loro strettamente collegati, ci voleva in effetti uno strumento di politica sociale che ad essi ponesse un freno. Un tentativo, in questo senso, è stato fatto dai più recenti governi tramite il “Reddito di Inclusione” (c.d. “REI”) prima e con il “Reddito di cittadinanza” poi, che ha sostanzialmente sostituito il primo. Senza entrare nel merito del provvedimento, è tuttavia possibile analizzare, almeno in prima battuta, gli effetti che lo stesso ha determinato nel mondo del lavoro ed in particolare nel modo in cui i professionisti del reclutamento ricercano e selezionano il personale.

    Dai primi dati che si sono potuti registrare, relativi all’impatto derivante dell’erogazione dei sussidi, si è inizialmente percepito un “vento di ottimismo” circa l’effettiva creazione di nuovi posti di lavoro, derivante dal semplice incontro tra domanda e offerta che il provvedimento di cui parliamo avrebbe dovuto agevolare. Ma la realtà dei fatti a chi si occupa di recruiting ha mostrato uno scenario di segno quasi opposto. Molti dei destinatari di questo sussidio, infatti, durante la fase di colloquio assunzionale hanno rifiutato diverse proposte di lavoro, con la sola motivazione che il reddito di cittadinanza fosse per loro l’unica possibile certezza, tanto da non rendere conveniente “accettare un lavoro e mettersi in gioco”. E’ pertanto doverosa una riflessione circa le cause effettive di questo spiacevole fenomeno di vera e propria disaffezione verso qualsiasi forma di lavoro.

    La responsabilità è da attribuirsi solo al Reddito di Cittadinanza, che indurrebbe i suoi potenziali beneficiari a rifiutare qualsiasi offerta di lavoro (soprattutto se a termine), per non perdere il sussidio che suona più rassicurante? Una risposta del genere non è soddisfacente, in primo luogo perché il Reddito, come è noto, in quanto sussidio volto a combattere la povertà, non equivale a un normale stipendio che si può spendere liberamente, ma consiste in una semplice carta di credito, il cui uso è limitato e il cui ammontare deve essere completamente consumato, o lo si perde.

    Allora la causa della disaffezione verso il lavoro risiede nell’attività insufficiente o inesistente dei centri per l’impiego (che il governo sta provando a riformare, a partire dall’assunzione dei Navigator) o delle altre realtà sociali ed economiche finalizzate al collocamento sul mercato del lavoro, come ad es. le agenzie interinali? Il problema risiede nella loro incapacità di trovare per i cittadini possibilità lavorative appetibili, tali da essere preferite ad un mero sussidio passivo? Anche questa risposta non è soddisfacente, perché, a parte il fatto che ciò che si può offrire in termini di lavoro dipende da quello che il mercato genera e non dall’attività degli intermediari in sé, spesso ci si trova a proporre un certo tipo di lavoro a soggetti che non hanno mai avuto alcuna esperienza lavorativa, e che lo rifiutano a prescindere trovandolo troppo faticoso o non ritenendosi all’altezza di poterlo svolgere.

    La causa del fenomeno di cui si parla è evidentemente più ampia e profonda, e va ricercata, piuttosto, in una totale e sempre maggiore carenza di una “cultura del lavoro”, che porti le attuali generazioni alla serena consapevolezza che guadagnarsi da vivere lavorando non solo è necessario (anche se faticoso), ma è l’unico modo che ha una persona per potersi realizzare nella vita non solo economicamente, ma anche in termini di soddisfazione personale. La stessa cultura dovrebbe portare i giovani a tornare a credere nella possibilità di riuscire a trovare un impiego che ad essi piaccia, anche se non è necessariamente “il lavoro dei propri sogni”. Ma un cambiamento culturale di questo tipo, che dovrebbe essere avviato urgentemente, sarà possibile unicamente sviluppando una costante sinergia tra le istituzioni scolastiche e di formazione professionale (all’interno delle quali i giovani sviluppano la propria personalità prima di diventare adulti), e i centri per l’impiego, siano essi aziende private o enti pubblici.

    In altre parole, senza un dialogo continuo tra le istituzioni scolastiche e quelle volte alle politiche sociali e di welfare, non sarà mai possibile far sviluppare alle attuali e nuove generazioni una corretta consapevolezza circa l’importanza del lavoro, che è fondamentale per poter essere adulti e cittadini, ma è paradossalmente in via di estinzione!

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