M&G, recruiter e empowerment: da costo di produzione a preziose risorse

    La frenetica evoluzione e la forte concorrenzialità dei mercati impongono alle aziende di prendere decisioni adeguate in tempi brevissimi e altrettanto mutevoli

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    È opinione diffusa che il lavoro dei recruiter, noti anche come “cacciatori di teste” o selezionatori di personale, inizi e finisca con l’inserimento della “risorsa” ossia del lavoratore, selezionato all’interno dell’azienda cliente. Ma la realtà è ben diversa: l’attività svolta dal recruiter va ben oltre l’assunzione del prestatore di lavoro, ponendosi anche su un livello di carattere personale e interscambio. Il recruiter, in moltissimi casi, funge da vero e proprio filtro tra lavoratore e committente, perché si trova ad analizzare i dati e le informazioni che riceve dagli stessi, al fine di misurare il livello di stabilità del rapporto contrattuale tra le parti e di provare a rendere il rapporto lavorativo duraturo e proficuo per entrambe, adottando la migliore strategia possibile in collaborazione con gli altri uffici competenti. 

    Possiamo affermare che buona parte dei lavoratori che si interfacciano con i recruiter, lamentano spesso una condizione di impotenza e mancanza di auto-consapevolezza che al contrario il lavoratore dovrebbe maturare all’interno del contesto lavorativo, consentendogli di identificarsi nella c.d. mission aziendale (ossia, il suo scopo ultimo, che la contraddistingue da tutte le altre). 

    Da questa constatazione deriva l’importanza del concetto di “Empowerment”, ossia il processo di sviluppo personale e professionale nel contesto lavorativo. Questo concetto, nasce dall’idea per cui il lavoratore debba crescere per poter apportare un cambiamento significativo all’azienda in termini di sviluppo e competitività sul mercato del lavoro. Questa mancanza di sensibilità rischia di degradare il concetto di prestazione lavorativa riducendolo ad un mero gesto meccanico o ad un semplice sostentamento. Alcune aziende virtuose, tramite le esperienze dirette dei recruiter, possono testimoniare che aspetti come la creatività, la responsabilizzazione, la formazione, la collaborazione e l’interscambio, possono essere incentivati e sviluppati tramite l’Empowerment, garantendo loro una sussistenza dignitosa per sé e per la propria famiglia (come citato nell’art. 36 della Costituzione). 

    La frenetica evoluzione e la forte concorrenzialità dei mercati impongono alle aziende di prendere decisioni adeguate in tempi brevissimi e altrettanto mutevoli. L’Empowerment potrebbe aiutare le aziende ad essere più reattive ad un mercato del lavoro sempre più fluido e dinamico. Dunque non ha importanza la grandezza del contesto aziendale, ma è necessario a prescindere che il coinvolgimento dei lavoratori faccia sorgere in loro stessi il desiderio che l’impresa abbia successo, in modo che le buone pratiche quali lo scambio di informazioni, competenze e know-how diventino abituali. 

    In conclusione il continuo miglioramento e l’innovazione dovrebbero diventare un modo di essere dell’impresa e non una strategia occasionale. Se l’insieme di tutte queste condizioni si verificasse, allora il lavoro stesso del recruiter diverrebbe più semplice, in quanto agevolato da realtà aziendali mature, che prestino il dovuto interesse alla centralità della forza lavoro come investimento per una crescita futura. 

    Alessandro Corridori (Recruiter M&G)

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