Musica: Fabrizio Moro, ‘Figli di nessuno’ è un album benedetto e arrabbiato  

di Antonella Nesi
 

Un disco “benedetto”, venuto fuori in un momento in cui pensava di essere “esausto”. Ma anche un disco “incazzato”, dove viene fuori l’artista cresciuto alla “scuola del marciapiede” di San Basilio, che urla il suo disagio, ritiene poco credibili i politici di oggi e pensa che in Italia bisognerebbe “fare la rivoluzione”. Peccato “che non è nel nostro Dna” e che “un popolo così debole è facile preda di quello che appare come l’uomo forte e vive di slogan”. Fabrizio Moro, a due anni da ‘Pace’, torna più vitale e sincero che mai con un album di inediti, ‘Figli di nessuno’, dove la musica è al servizio di testi forti e attuali che non trascurano la dimensione più intima e sentimentale.  

Undici brani, che partono proprio da quello che dà il titolo album, dove “i figli di nessuno – spiega il cantautore romano che ha completamente autoprodotto l’album insieme a Roberto Cardelli – sono quelli come me che per realizzarsi hanno dovuto faticare senza trovare mani tese ad aiutarli e il ‘pezzo di fango’ è quello che giudica senza conoscere la mia storia”. “Sentirsi dire merda smetti smetti smetti”, canta Moro, che confessa: “Ho pensato tante volte di lasciare perdere”.  

Poi c’è ‘Filo d’erba’, dedicato al figlio Libero di 10 anni, in cui papà Fabrizio si rivolge al ragazzo, che vede “debole come un filo d’erba che attraversa il vento”, dicendogli “non devi avere mai paura” e ripetendogli “amore scaccia le pene”: “Questo brano l’ho scritto in momento in cui l’ho visto particolarmente fragile per la mia separazione da sua madre. E fa male vedere la persona che vorresti proteggere di più, soffrire per colpa tua”, sottolinea l’artista.  

In ‘Quasi’ invece è un pezzo rock (“alla Rage Against the Machine”, dice Moro) in cui la salvezza è a portata di mano. “In questo album ci sono cose che musicalmente non ho mai sperimentato. È un album benedetto, venuto fuori con facilità in un momento in cui pensavo di essere esausto, dopo due album, due Sanremo e 120 concerti in 2 anni. Siamo partiti dai testi e sulle musiche ci siamo dati grande libertà senza pensare alle radio né alle aspettative dei fan”, assicura Moro. 

Il quarto pezzo della tracklist è “Ho bisogno di credere”: “Questo è il brano da cui è nato l’album, il primo brano che ho scritto. È venuto fuori una notte a casa mia. È un pezzo ottimista, sul riuscire a guardare avanti nonostante le avversità. Sono credente. Ma più che in un’entità superiore, credo alla vita”, sottolinea. Ed è un inno alla vita, scritto per cercare di “esorcizzare l’ipocondria” di cui soffre, “Arresto cardiaco”, brano che confessa avrebbe dovuto chiamarsi “attacco di panico”, perché è a quello che si riferisce: “Quando pensi di morire apprezzi di più la vita. Quando esci dall’ospedale la vita ha un altro sapore”. 

Dopo ‘Come te’, un brano d’amore molto ispirato eppure, racconta Moro, “scritto in un momento in cui sono innamorato, pensando a tutti gli amori della mia vita e al mio essere innamorato dell’amore”, c’è un brano “Non mi sta bene niente” che è una rivisitazione dello spirito ribelle di Fabrizio adolescente, che suonava musica punk nelle sale dell’oratorio e che fa pensare tanto a quel “non mi sta bene che no”, pronunciato dal 15enne Simone nei giorni scorsi nel quartiere romano di Torre Maura per difendere le minoranze. “Mi sono rivisto – ammette – in quel ragazzino. Tutti hanno parlato del suo coraggio ma io ci ho visto anche quella incoscienza pura che sia a quell’età. Ha dato una bella lezione a quelli più grandi di lui, dicendo una verità sacrosanta. Certo ce ne vorrebbero tanti come lui e invece tanti ragazzi persi nelle loro cuffie a sentire la trap che inneggia alla droga senza sapere di cosa si parla: io sono stato due anni in comunità e questi fanno la pantomima della droga. La droga è una merda, non è uno status symbol!”, si infervora Moro.  

Poi, dietro un titolo in dialetto, ‘Me ‘nnamoravo de te’, Moro sorprende ancora proponendo una canzone che è un excursus nel bene e nel male degli anni della sua formazione e insieme una dichiarazione d’amore per l’Italia. “Un brano a cui ho pensato dopo aver visto ‘La mafia uccide solo d’estate’ di Pif’. L’ho scritto pensando anche all’effetto che aveva fatto ‘Pensa’ sui ragazzi. Molti hanno conosciuto Falcone e Borsellino grazie a quella canzone”. Così Moro parte dagli anni ’70 delle radio libere e di Berlinguer, passa agli anni ’80 della vittoria dei Mondiali e di Pertini, arriva agli anni ’90 dell’Europa dopo la caduta del Muro di Berlino e della mafia che fa saltare in aria “giudici e scorte”, per concludere: “Venite ragazzi/venite bambini/l’Italia s’è desta fra santi e assassini/Appare cattiva, ladra e fallita/ma è solo stuprata, confusa e impaurita”. C’è un significato politico? “Io mi sono disamorato della politica. Non a caso gli unici politici che cito sono Berlinguer e Pertini. Loro erano credibili, pure per chi non la pensava come loro. Cosa che non riscontro più nei nostri governanti. Sembrano tutti usciti dai talent show”, scandisce Moro.  

Chiudono l’album, la più leggera ‘Per me’ (“per me è la vita che va, un minuto un’età”), la rivisitazione di un pezzo scritto nel 2005, ‘#A’, che è un inno alla schiettezza e alla gioia e la più sentimentale ‘Quando ti stringo forte’. Una canzone d’amore semplice che si chiude con la frase: “E mi sembra che la vita sia bellissima quando ti stringo forte”. “Per me è la frase più bella dell’album”, conclude Moro, che dopo un instore tour che inizierà il 12 aprile farà un tour nei palasport che partirà il 12 ottobre da Catania ed ha già quattro date in calendario, destinate ad aumentare: dopo Catania, per ora in calendario c’è una doppia data a Roma (il 18 e 19 otobre) e un concerto il 29 ottobre a Milano.  

(Fonte: Adnkronos)