Musica: Gio Evan, ‘io indie? Non sono indipendente, faccio parte del tutto’  

E un battitore libero, non ama le etichette, neanche quella di cui è considerato uno dei più innovativi esponenti, quella di ‘indie’. Gio Evan si racconta, ospite questo pomeriggio di ‘Adnkronos Live’, all’indomani dell’uscita della sua seconda fatica discografica, ‘Natura molta’, uscito il 25 ottobre per 1Day/MarteLabel, ma sul genere discografico tiene a precisare: “Io sto molto attento alle parole, se analizzo la parola ‘indie’ deriva da ‘indipendenza’: io non sono indipendente, mi piace dipendere da tanto altro, ho tante persone intorno a me con cui condividere, ho voglia di far parte di un tutto, ogni piccolo gesto per me è pieno di valore. E poi, l’etichetta prude, si sa”. 

‘Natura molta’ è un doppio album con dieci brani e dieci poesie, “nato da un disagio interiore -spiega- Sto studiando storia dell’arte, mi sono interrogato su quanto sia vecchio questo concetto di ‘natura morta’. Fin dai tempi ellenici è una forma artistica primordiale, poi con Caravaggio e la canestra di frutta…”. Un concetto in particolare l’ha illuminato: “Staccare la frutta dal proprio habitat, quindi ‘ucciderla’, per renderla eterna diversamente. Una follia, bellissimo”. 

Le piccole ‘follie’ Gio Evan le ama particolarmente, come quando, nel 2007, inforcò una bici e si mise a girare tutto il mondo, dall’India all’America del Sud. Anche se lui, con disarmante sincerità, dà una spiegazione più prosaica: “Io sono scappato, lo dico chiaramente. Avevo mio padre che mi diceva ‘lavora come me’ e mia madre che mi diceva ‘studia’. Era una fuga. La corsa non è vigliaccheria, perché il bagaglio più importante te lo porti dietro. Scappare e ‘rimanersi’, è fondamentale”. 

Il numero dei suoi followers, oltre 600mila, ne farebbe presupporre una natura molto social, ma non è così: “Io non frequento i social. Li uso come una vetrina, per lavoro, come un artigiano che espone le sue creazioni più belle. I miei amici non sono i colleghi di lavoro, ho una casa in montagna dove mi ritiro”. In compenso, si spende molto sul palco e dopo, quando finisce lo spettacolo, “mi prendo tutte le persone, una per una, il mio manager mi odia per questo. Non finisce mai, è come una matrioska”. 

Eppure Giovanni Giancaspro, questo il suo vero nome, ama il silenzio. “L’Italia è bellissima, ma non è aperta al silenzio, non ce lo insegnano. Invece c’è tutto nel silenzio, è un’epifania”. I giochi di parole, i famosi calembour tanto amati dai suoi fan, gli vengono “un po’ giocando, io sembro triste ma ho una giocosità molto viva. ‘Vomito’ le parole, le vedo fisiche, solide, le spezzo, le ricompongo”. 

E in attesa del tour, in procinto di partire dai Magazzini Generali di Milano il prossimo 27 novembre (“ci sarà un po’ di tutto, gag, poesia, musica, canto, teatro, monologo”), c’è spazio per una profonda riflessione sul senso dell’amore. “L’amore è il servizio più caro che abbiamo a disposizione, senza quello non si può arrivare al secondo livello della vita”, dice senza esitazione. Quando sei libero da tutto ti viene da dire ‘sto volando’. Ecco puoi arrivare a questo stato di leggerezza solo se ti metti a servizio dell’amore”. Dopotutto, “Gesù diceva ‘ama il prossimo tuo’: son passati duemila anni, ma il concetto è lo stesso”.