Nobel Allison: “Con immunoterapia le aziende devono rivedere la ricerca” 

L’immunoterapia sta rivoluzionando la vita dei malati di cancro, ma è destinata a cambiare anche il lavoro di Big Pharma. Ne è convinto lo scienziato americano James P. Allison, che proprio per questa nuova frontiera delle cure anticancro ha vinto il Premio Nobel per la Medicina nel 2018 insieme al giapponese Tasuku Honjo. Per rispondere alle tante sfide ancora aperte nel campo dei trattamenti che puntano ad armare le nostre difese naturali contro i tumori, “le aziende dovranno rivedere il modo con cui oggi fanno ricerca e sviluppo sui farmaci”, spiega Allison oggi a Milano, a margine del convegno internazionale ‘The healthcare to come’ sulla medicina di precisione. 

“L’approccio attuale delle sperimentazioni cliniche, che prevede le fasi I, II e III”, in un’ottica immunoterapica appare “obsoleto e non molto ultile”, chiarisce il ricercatore riferendosi in particolare alla fase I, quella che ha lo scopo di valutare la sicurezza di un nuovo trattamento e di definirne le dosi ottimali. “In immunoterapia il concetto di dose minima o massima non esiste”, osserva Allison che al mondo dell’industria lancia anche un altro messaggio: “Le imprese dovrebbero investire sull’immunoterapia con più entusiasmo”, senza farsi spaventare dai costi, ma pensando ai benefici per i pazienti che alla fine si traducono in risparmi. 

Nei laboratori accademici la svolta impressa dall’immunoterapia nella ricerca anticancro ha già modificato in maniera sostanziale il modo di operare, fa notare Padmanee Sharma, in forze alla University of Texas MD Anderson Cancer Center di Houston (Texas) come Allison, suo compagno nel lavoro e nella vita: “Ora seguiamo spesso un iter inverso”, che non va più solo dal ‘bancone’ al letto del malato, ma segue “un percorso contrario: osservando la risposta dei pazienti, generiamo nuove ipotesi che andiamo a verificare in laboratorio e poi riportiamo in clinica”.  

Per farlo, prosegue l’esperta, “abbiamo ripensato allo schema classico di fasi I-II-III progettandone di nuove, una Ia e IIa, una pre-chirurgica e una basata sulle osservazioni nei tessuti”. E in questo nuovo modo di lavorare, “anche da piccoli trial su un numero apparentemente esiguo di pazienti possiamo imparare molto”. Attualmente “sull’immunoterapia sono in corso più di 2 mila trial clinici”, e questo pur considerando che “abbiamo svelato solo la punta dell’iceberg. Ci sono tanti checkpoint immunitari che non conosciamo”, regolatori di processi chiave delle nostre difese naturali. Si tratta di scoprirli e di capirli, perché “sono dinamici e bisogna comprendere bene come e quando sfruttarli”. E poi “c’è il microambiente in cui agiscono”, anch’esso tutto da esplorare.  

Fra le speranze dei relatori dell’evento – promosso da Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Fondazione Umberto Veronesi, in collaborazione con l’università Statale del capoluogo lombardo sede dei lavori – c’è quella di arrivare a curare anche i tumori considerati ‘freddi’, meno responsivi dei ‘caldi’ perché non infiltrati dai linfociti T, sviluppando farmaci capaci di allungare l’elenco delle neoplasie per cui già esiste un’immunoterapia approvata: melanoma, tumori a polmone, rene, vescica, testa-collo, gastrico-gastroesofagei, linfoma di Hodgkin, carcinoma epatocellulare, carcinoma a cellule di Merkel, tipi MSI-H/dMMR.