Non solo Roma, sono centinaia i comuni italiani con l’acqua alla gola

In tutto sono circa 400 le cittadine che hanno dichiarato il dissesto o avviato le procedure di riequilibrio finanziario. Il record alla Calabria: su un totale di 409 comuni, nel 2016 si registravano 41 dissesti e 54 riequilibri, per un totale quindi di 95 municipi

Salviamo Roma? Sì, ma anche gli altri comuni in dissesto finanziario. E poiché nell’eterna contrapposizione fra M5S e Lega non si riesce a prendere una decisione, per il momento non si salva nessuno. Il 24 aprile nella sede del ministero dell’Interno si è tenuta la riunione straordinaria della Conferenza Stato-Città per discutere il rinvio dell’approvazione dei bilanci per tutti quei comuni che sono ricorsi a un piano di riequilibrio, colpiti dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il rientro dal disavanzo in 30 anni, mandando in tilt le finanze di molte amministrazioni. Un rinvio che, a oggi, rappresenta l’unica via percorribile. Il sottosegretario all’Economia e alle Finanze, Laura Castelli, promette una soluzione, ma bisognerà vedere quali saranno i tempi, dato il clima non proprio idilliaco che si respira a palazzo Chigi: «Abbiamo avviato un dialogo con tutte le amministrazioni in difficoltà, ognuna con problemi differenti e con una sua cura. Non ci sarà nessun Salva-Roma, ma piuttosto un Risparmia-Italia, una norma, a costo zero, che per quanto riguarda la Capitale chiuderà il commissariamento del debito voluto dal governo Berlusconi nel 2008. Così i cittadini italiani e non solo quelli romani, risparmieranno 2,5 miliardi di euro».

Tra dissesti e procedure di riequilibrio
La situazione, intanto, resta grave. Il numero delle città con l’ acqua alla gola in Italia è piuttosto alto. Secondo i dati dell’ ottobre scorso della Corte dei Conti, oltre a Catania e Alessandria, citati da Salvini tra i comuni da salvare dal dissesto (oltre Roma), rischiano la bancarotta città metropolitane come Napoli, insieme a tantissime altre di piccole, ma anche di medie dimensioni, come Caserta, Messina, Vibo Valentia o la provincia di Siracusa. In tutto sono circa 400 i comuni che hanno dichiarato il dissesto o avviato le procedure di riequilibrio finanziario, secondo quanto previsto dal Testo unico degli enti locali. Tra i comuni entrati nella situazione allarmante del dissesto (che prevede una via di uscita in 5 anni) a fine settembre 2018 figuravano, tra gli altri, Terni, Potenza, Gioia Tauro, Milazzo e Cefalù. Ma altre realtà, poco meno di 200, hanno avviato le procedure per il pre-dissesto secondo le norme introdotte nel 2012 dal governo Monti, finalizzate a fermare l’emorragia di risorse soprattutto nel Mezzogiorno. Queste norme prevedono un piano di risanamento in 10 anni, prolungati a 20 con la manovra 2018 per tentare di salvare la situazione di Napoli. Nell’elenco oltre al capoluogo campano figurano, anche Foggia, Cosenza, Reggio Calabria, Messina, Savona, Frosinone, Rieti e Pescara.

Calabria da record
Va anche ricordato che la stragrande maggioranza degli 8 mila comuni italiani, secondo i dati forniti dalla Corte dei Conti relativi al 2016, ha presentato bilanci in ordine. Ma una piccola percentuale di essi è riuscita ad accumulare un disavanzo pari a 2,6 miliardi di euro. A livello regionale il record per la presenza di comuni che hanno dichiarato il dissesto finanziario o che hanno fatto ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale spetta alla Calabria, dove su un totale di 409 comuni si registravano 41 dissesti e 54 riequilibri, per un totale quindi di 95 municipi. A ruota la Sicilia con 86 comuni su 390, con 29 dissesti e 57 riequilibri, e la Campania con 44 realtà in dissesto e 32 in procedura di riequilibrio, su un totale di 551. Le regioni che non hanno comuni in difficoltà finanziarie sono il Friuli Venezia Giulia, il Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Veneto e la Sardegna. Lo stato di dissesto viene certificato quando l’ente locale o regionale non è in grado di onorare i debiti o assolvere le funzioni di competenza. Le conseguenze sono l’aumento delle tasse e la riduzione all’osso dei servizi. Ciò che sta accadendo a Roma, anche se il debito di 12 miliardi di euro della Capitale è stato per intero messo insieme dalle amministrazioni Veltroni e Alemanno. Centrosinistra e centrodestra, insomma, con uguali responsabilità.