Nuove tecnologie, qual è il rapporto fra lavoratori e robot?

Lo studio 2018 Aidp-LabLaw analizza cosa pensano gli italiani sulle I.A. in azienda e se temano che queste possano portare a una diminuzione dei posti di lavoro

nuove tecnologie

Chi ha paura di robot e nuove tecnologie? Secondo il rapporto 2018 Aidp-LabLaw, realizzato da Doxa, su “Robot, intelligenza artificiale e lavoro in Italia”, i lavoratori non hanno paura dei robot e delle I.A. Il 54 per cento degli interpellati, infatti,  si dichiara favorevole all’impiego delle nuove tecnologie in azienda e solo il 16 per cento è contrario. Il restante 30 per cento, invece, non esprime una posizione.
Inoltre, l’87 per cento esclude la possibilità che le nuove tecnologie possano sostituire del tutto le persone. Il timore (per il 74 per cento) rispetto alla perdita di posti di lavoro, è focalizzato soprattutto su una particolare tipologia di lavori e lavoratori: i meno giovani e i meno scolarizzati.

I dati del sondaggio
È necessario, quindi, ripensare il nostro sistema formativo per poter cogliere tutte le opportunità che offrono i nuovi sistemi. A pensarla così è l’83 per cento degli intervistati. Prevalgono nei lavoratori associazioni semantiche positive (80 per cento) che confermano un atteggiamento di curiosità e interesse rispetto all’utilizzo dei robot e dell’Intelligenza artificiale, anche se il 51 per cento del campione si fa portavoce di sentimenti di preoccupazione, perplessità e timore.
Tra le categorie lavorative, quella che si esprime con maggiore positività ed è maggiormente a favore dell’utilizzo dei robot e dell’Intelligenza artificiale è rappresentata dagli operai (78 per cento), seguono i quadri (66 per cento) e infine gli impiegati (60 per cento).

Pro e contro
Dal punto di vista degli impatti positivi, per il 70 per cento dei lavoratori riguardano la sicurezza nei luoghi di lavoro, per il 65 per cento le condizioni e i carichi di lavoro e per il 47 per cento gli orari di lavoro. Rispetto agli impatti negativi, invece, per il 48 per cento riguarderanno le retribuzioni, per il 43 per cento la gratificazione e la soddisfazione dei lavoratori, per il 39 per cento le opportunità di carriera.
Bisogna anche sottolineare che l’atteggiamento di chi lavora in aziende già robotizzate risulta essere più positivo rispetto a chi lavora in realtà non robotizzate. Il 72 per cento dei lavoratori di aziende robotizzate ritiene che l’I.A. e i robot abbiano riflessi positivi sull’occupazione, contro il 53 per cento di coloro che lavorano in aziende non robotizzate.
Sempre tra chi lavora in aziende robotizzate, il 78 per cento (contro il 67 per cento) ritiene che si riduca la quantità di lavoro e migliori la qualità e l’80 per cento (contro il 68 per cento) che si creino le condizioni per la creazione di nuove posizioni lavorative. Complessivamente, il 67 per cento di coloro che lavorano in aziende robotizzate valuta positivamente l’utilizzo delle nuove tecnologie contro il 48 per cento di coloro che lavorano in aziende non robotizzate.
Infine, sebbene la maggioranza dei lavoratori si esprima favorevolmente verso le nuove tecnologie, con le differenze tra coloro che lavorano in aziende robotizzate e non, rispetto ai manager e agli imprenditori sono meno ottimisti. Tra questi ultimi, infatti, la valutazione positiva sugli impatti dell’I.A. e i robot sul lavoro è complessivamente dell’83 per cento.

Il parere sullo studio
A commentare i risultati della ricerca è Isabella Covili Faggioli, presidente Aidp: «Sono tre secoli che il rapporto uomo-macchina è complicato perché basato sulla paura. Paura che le macchine, in questo caso i robot, sostituiranno le persone, mentre si è poi sempre verificato che è solo migliorata la qualità della vita e che si sono venute a creare nuove professionalità».
Inoltre, sottolinea Francesco Rotondi, giuslavorista e co-founder di LabLaw, «il sentimento prevalente tra i lavoratori rispetto ai processi di robotizzazione in atto è quello della fiducia, senza tuttavia sminuire il sentimento di paura rispetto ai rischi. Gli impatti che si percepiscono in termini di occupazione non sono legati tanto alla perdita di posti di lavoro in quanto tali. È qui il tema. In buona parte, non si tratterà di perdita di posti di lavoro ma di trasformazione, nel senso che non tutte le mansioni connesse a questi posti di lavoro colpiti potranno essere delegate ai robot. Il lavoro, in sostanza, ci sarà, ma dovremo essere in grado di gestire la trasformazione, di favorire percorsi fondati sull’acquisizione delle competenze necessarie a continuare ad essere parte di un mercato del lavoro che, come in passato, si adeguerà alla rivoluzione tecnologica in corso».

Fonte: AdnKronos/Labitalia

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