Osteopatia, la legge che riconosce la professione c’è. I decreti attuativi no

I professionisti del settore sono ancora in attesa dei riferimenti riguardo le competenze professionali e la formazione. E intanto studiare per diventare osteopata può costare diverse migliaia di euro

osteopata

Non c’è pace per gli osteopati. Chi sono? Coloro che praticano l’osteopatia, una terapia alternativa basata sulla manipolazione di alcune parti del corpo. I decreti attuativi per definire i profili e un apposito corso di laurea triennale sono impantanati al ministero della Salute. Il riconoscimento della professione è avvenuto con la legge Lorenzin 3/2018. Agli articoli 7 e 8 il testo scandiva una tabella di marcia molto chiara: entro il 16 maggio erano attesi le funzioni e l’ambito di competenza, entro il 13 agosto il decreto sulla didattica universitaria. Nulla di tutto questo è stato fatto. Il risultato delle ultime elezioni politiche e la lunga formazione del governo hanno rallentato il procedimento.

Percorso formativo
A oggi è possibile accedere alla professione ricorrendo a corsi privati extrauniversitari, come racconta a Momento Italia Elisa Belfiori, studentessa presso il Centro Studi di Osteopatia tradizionale di Roma: «Da qualche anno a questa parte esistono percorsi full time nelle università private – spiega la futura osteopata -. L’impegno è di tutta la giornata, cinque giorni a settimana per cinque anni. In alternativa ci sono i percorsi part time, che consentono di lavorare oltre che studiare. Il vecchio ordinamento richiedeva una laurea triennale in scienze sanitarie e la frequenza di una settimana al mese per sei anni. Trattandosi di scuole private i costi sono abbastanza alti. Si parte da un minimo di 3.000 euro all’anno per i part time per arrivare a oltre 6.000 euro per i full time. Io sono al quarto anno e dovrei iniziare un tirocinio compilativo in clinica. In sintesi dovrò scrivere il referto delle visite degli studenti più grandi. Al sesto anno invece potrò intervenire direttamente sui pazienti».

Le storie
Emanuele Ruggiero ha finito gli studi e nel 2013 ha aperto uno studio a Genzano, in provincia di Roma. «L’osteopatia tratta la disfunzione, non la patologia – ha chiarito il professionista -. Se una persona ha un dolore alla schiena, ad esempio, e dalla lastra non risulta niente, interveniamo noi. Alcuni si rivolgono agli osteopati per moda, altri come ultima spiaggia, magari perché la fisioterapia non ha risolto il problema. C’è anche chi si è informato e ne ha capito l’utilità. Finché non c’è niente di rotto, possiamo trattare praticamente tutto». Riguardo al mancato riconoscimento ha aggiunto: «Nell’atto pratico non dà alcun problema. Il riconoscimento però ci permetterà di entrare nelle Asl e negli ospedali e lavorare a stretto contatto con i medici in uno spirito di cooperazione».

Bruno Maria Camerani, osteopata e insegnante di osteopatia presso il Centro Studi di Osteopatia tradizionale di Roma sottolinea: «Il problema resta quello di inquadrare l’osteopatia senza sminuire la professione e salvaguardando le sue priorità – ha detto il docente -. Occorre far capire l’importanza del nostro lavoro e i vantaggi di collaborazioni con altre figure professionali. Penso soprattutto ai fisioterapisti, che tendenzialmente ci fanno la guerra perché credono che gli rubiamo i pazienti, quando in realtà esercitiamo professioni differenti. La paura è che, con i decreti attuativi della riforma, ci possano togliere dei diritti. Se l’osteopatia diventasse una specializzazione della fisioterapia, non sarebbe più la stessa. Chi già esercita non avrà alcuna conseguenza. Il cambiamento riguarderà le nuove leve. Il percorso formativo potrebbe essere ridotto dagli attuali sei anni a due con il semplice insegnamento di protocolli specialistici».

 

3 Commenti

  1. L’osteopatia come individuata dal decreto Lorenzin è una figura della riabilitazione, che fa terapia manuale, nè più nè meno come noi fisioterapisti con le specializzazioni in tecniche osteopatiche, di alternativo non avrebbe nulla.

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