Pensioni, al sud Quota 100 potrebbe costare più del previsto

Le motivazioni sono contenute in uno studio in cui si spiega come molti degli assegni, a causa dei modesti contributi versati, dovranno essere integrati dallo Stato

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Quota 100 potrebbe costare allo Stato anche più del dovuto. Questo stando ai risultati di uno studio realizzato da Alberto Brambilla (presidente di Itinerari previdenziali) e Giovanni Gazzoli, elaborato per il sito “Pensioni e lavoro”. Molte delle domande di poter accedere alla pensione con 38 anni di contributi e almeno 62 anni d’età, infatti, provengono dal sud Italia ed appartengono a operatori di «categorie professionali per le quali – dati i modesti importi delle pensioni a calcolo, per via dei modesti contributi versati – si corre anche il rischio di dover integrare al minimo le pensioni, con un ulteriore aggravio per la finanza pubblica».

I numeri dello studio
Nella loro ricerca Brambilla e Gazzoli spiegano che fra tutte le richieste pervenute per accedere al provvedimento ben 18.271 sono riferite alla gestione pubblica (il 34,53 per cento). In Italia su 23 milioni di occupati solo poco più di 3 milioni sono dipendenti dello Stato (dato tratto dall’Annuario statistico 2018 della Ragioneria di Stato) ossia circa il 14 per cento che corrisponde a meno della metà della percentuale di richiedenti di Quota 100.
Nello studio, inoltre, i due studiosi evidenziano un’altra anomalia che riguarda l’alto numero di lavoratori autonomi che richiedono l’assegno. «In generale, in base alla gestione, quasi due terzi dei richiedenti si distribuiscono tra lavoratori dipendenti (37 per cento) e gestione pubblica (35 per cento), seguono commercianti e artigiani (entrambi all’8 per cento) e, via via, cumulo (5 per cento), fondi speciali (5 per cento), coltivatori (2 per cento) e, quasi nulli, gestione separata e spettacolo/sport». E aggiungono: «Se si considera che i lavoratori dipendenti privati sono 13,5 milioni e gli autonomi circa 4 milioni (29 per cento), è sorprendente trovare più di 9mila domande di artigiani, commercianti e agricoli a fronte delle 19mila dei dipendenti (47 per cento)».

Le motivazioni
Gli studiosi spiegano che l’ingente numero di domande provenienti dal sud Italia è dovuto alla presenza di numerosi lavoratori stagionali operanti nei settori di agricoltura e turismo con molti anni di contribuzione e una forte discontinuità lavorativa. Inoltre, aggiungono, «si potrebbe citare anche il caso dei lavoratori autonomi, che spesso hanno molti anni di iscrizione all’Inps, ma pochi contributi versati».
E, a causa del “divieto di cumulo”, che impedisce a chi accede al provvedimento di cumularlo con redditi provenienti da lavoro dipendente o autonomo, si prevede un aumento del lavoro nero, anche per quanto riguarda le realtà del centro e del nord del Paese. Motivo per cui, spiegano Brambilla e Gazzoli «all’assunto secondo il quale a un pensionato che esce dal mondo del lavoro corrisponde un giovane che vi entra, le possibilità che quest’eventualità si concretizzi sembrano prossime allo zero».

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