Pensioni d’oro, via ai tagli. Ecco chi li subirà e chi invece no

Criteri e presupposti della misura pensionistica promossa dal governo hanno diviso il Paese scatenando un ampio dibattito

quota 100

I tagli alle pensioni d’oro sono di fatto realtà. Come annunciato in campagna elettorale, il vice premier Luigi Di Maio pertanto ha dato inizio al taglio delle pensioni alte per l’anno 2019. Il via libera definitivo è arrivato direttamente dall’Inps, con la circolare n. 62 del 7 maggio 2019, che formalizza le direttive introdotte dalla Legge di Bilancio 2019 (art. 1, co. 261 e ss. della L. n. 145/2018).

Dopo pochi giorni di vita, però, sulla Riforma bandiera del M5S è già caos
Senza deludere le aspettative criteri e presupposti della misura pensionistica hanno diviso la Nazione e, tanto per cambiare, il governo. La disposizione legislativa parla chiaro: i soggetti che fruiscono di un’ assistenza previdenziale che sfora i 100.000 euro annui lordi, subiscono il taglio della pensione per effetto del contributo di solidarietà. Il salasso ha una durata di 5 anni (dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2023) e l’aliquota aumenta all’aumentare del reddito. Nello specifico, le aliquote di riduzione saranno: il 15 per cento per la quota di importo da 100.001 euro a 130.000 euro; il 25 per cento per la quota da 130.001 euro a 200.000 euro; il 30 per cento per la quota da 200.001 euro a 350.000 euro; il 35 per cento per la quota da 350.001 euro a 500.000 euro e per finire con il 40 per cento per la quota eccedente i 500.000,01 euro.

Per togliere ogni dubbio l’Inps ha fornito anche alcuni esempi semplificativi
Se un pensionato percepisce un importo compreso tra 100.000,01 euro e 130.000,00 euro l’aliquota sarà pari a un importo di 4.499,99 euro, mentre per la fascia successiva, ovvero quella compresa tra 130.000,001 euro e 140.000 euro, si applicherà l’aliquota percentuale del 25 per cento, per un importo che sale a 2.499,99 euro.

Dal Caf emergono i primi dati riguardanti la platea di interesse: «Sono poco più di 24 mila i pensionati abbienti (sopra i 100 mila euro lordi l’anno) tra ex dirigenti pubblici, imprenditori, magistrati, diplomatiche e professori universitari, per un risparmio totale per il governo poco superiore ai 415 milioni di euro», ci dicono dal Centro di assistenza fiscale di Orbetello. Tradotto: il guadagno derivante dalla riforma, equivale a meno del 5 per cento della spesa prevista per il triennio sperimentale di quota 100.
Chi invece resta fuori dal raggio di azione della “ghigliottina” gialloverde, sono coloro che percepiscono pensioni d’oro non soggette al contributo di solidarietà, ovvero le pensioni di invalidità (esempio le pensioni di privilegio o di invalidità assegnate a seguito di cessazione per infermità non dipendente da causa di servizio), i trattamenti pensionistici per invalidità specifica, l’assegno ordinario di invalidità, le pensioni indirette ai superstiti di assicurato e pensioni di reversibilità ai superstiti di pensionato e infine le pensioni riconosciute a favore delle vittime del dovere o di azioni terroristiche.

Non solo. La “sforbiciata” non riguarderà neanche gli iscritti alle casse privatizzate dei liberi professionisti e quelle quote assistenziali liquidate interamente con il sistema contributivo. Sia il Caf che lo stesso Inps, hanno inoltre notificato come «la riduzione media annua della quota pensionistica oscillerà dall’1,36 per cento per la fascia da 110 mila euro e salirà al 24 per cento per i pochissimi che si collocano sopra la soglia dei 500 mila euro lordi». Insomma, numeri che hanno agitato gli umori dei vertici governativi, in particolare quelli dei parlamentari leghisti.

Punti contestati
Alla riforma di matrice pentastellata viene contestata l’astensione dagli interessati di tutti quei pensionati che hanno cumulato i contributi. L’Istituto Previdenziale, infatti, spiega espressamente che il taglio riguarderà solo «trattamenti pensionistici diretti liquidati con almeno una quota retributiva», e pertanto non toccherà «le pensioni interamente liquidate con il sistema contributivo». In aggiunta al fatto che, a partire dal mese di giugno (data stabilita per il via ai tagli), si prevedono da parte dei diretti interessati numerosi ricorsi e proteste, come in passato contestualmente si è verificato. Per certi tipi di prelievi forzosi e coatti sulle pensioni, in molti si erano per giunta appellati alla Corte Costituzionale, la quale molto spesso li ha ritenuti illegittimi.