Piattaforme digitali, bassi i tassi d’occupazione

Nel 2016 la somma dei dipendenti di Deliveroo, Foodora e Just-Eat, in Italia è stata inferiore a 200 lavoratori, Google ne conta 195, Facebook solo 22. Il tutto a fronte di profitti elevatissimi

Le piattaforme digitali in Italia. Un’analisi della dinamica economica e occupazionale, si intitola così la ricerca dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp), curata da Stefano Sacchi e Dario Guarascio, dedicata agli andamenti economici e occupazionali delle principali piattaforme operanti nel nostro Paese, da Google, Facebook e Amazon fino a quelle del food come Deliveroo, Foodora e Just Eat.

Pochi gli occupati, tanti i modelli organizzativi
Elemento comune a tutte è una dinamica occupazionale di bassa intensità, con l’eccezione di Amazon che nel 2016 contava 1169 dipendenti (con una presenza massiccia di lavoro in somministrazione, caratterizzato da un turnover molto elevato). Secondo quanto messo in evidenza dalla ricerca, nello stesso anno in Italia, Google e Facebook contavano rispettivamente 195 e 22 dipendenti, un dato in parte dovuto alla natura tecnologica e organizzativa delle piattaforme, che fa sì che il loro fabbisogno occupazionale sia volto principalmente a profili tecnici e manageriali. Ancora più bassi i numeri per le piattaforme di food delivery: Deliveroo, Foodora e Just-Eat nel 2016 avevano tra i 45 e gli 80 dipendenti. Da sottolineare che i tre operatori presentano tre modelli organizzativi diversi: Foodora, a fronte di un ridotto nucleo di dipendenti, sottoscrive contratti di collaborazione coordinata e continuativa con i rider, Deliveroo utilizza contratti di collaborazione occasionale e rapporti di lavoro autonomo. Il modello Just-Eat prevede invece il coinvolgimento di un terzo soggetto chiamato esclusivamente a stipulare contratti di collaborazione con i rider.

«C’è un problema molto rilevante di distribuzione dei guadagni delle piattaforme digitali, che da un lato non si trasformano in occupazione e dall’altro non alimentano la capacità redistributiva dello stato attraverso le imposte – sottolinea Stefano Sacchi, Presidente INAPP –  Assieme al problema, molto sentito, di come garantire adeguata protezione sociale ai lavoratori della gig economy, la questione fondamentale dei prossimi anni è come redistribuire i guadagni di produttività e il valore aggiunto che vengono dal progresso tecnologico».

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