Piccole e medie imprese, la ripresa passa per la finanza alternativa

La crisi del 2008 ha prodotto una contrazione del credito così forte da spingere le imprese a ricercare altre vie rispetto alle banche

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La finanza alternativa, quella che riguarda una serie di canali di accesso al credito diversi dalle banche, cresce anche in Italia. Si tratta perlopiù di piattaforme che mettono in relazione investitori e aziende. Sono soprattutto le piccole e medie imprese (Pmi) e non le aziende quotate in Borsa a farvi ricorso. Secondo il Quaderno di ricerca “La Finanza Alternativa per le Pmi in Italia” del Politecnico di Milano, le diverse fonti di finanziamento hanno messo a disposizione delle aziende 1,2 miliardi in sei mesi. Per Deloitte Alternative Lender Deal Tracker, che monitora le attività finanziarie sui mercati, nel primo trimestre del 2018 si è registrato un aumento del 22 per cento rispetto allo stesso periodo del 2017.

Venture capital e Private equity
Crescono i fondi dedicati al capitale di debito, formato dai crediti concessi dai fornitori e dai prestiti bancari. Da gennaio a giugno sono stati raccolti 141 milioni, mentre dal 2013 sono stati raggiunti 1,9 miliardi e 617 milioni hanno finanziato direttamente le imprese. In rapido sviluppo i fondi di private equity (un investitore istituzionale acquista azioni da altri investitori o le compra da nuove emissioni) e venture capital (il sostegno alla nascita e alla crescita di imprese in settori con ampie potenzialità di sviluppo). Insieme le due voci hanno totalizzato 5 miliardi nel 2017, di cui 2,8 destinati ai piani di sviluppo delle aziende.

Crowdfunding
Il crowdfunding ruota attorno ai 249 milioni. Nell’ultimo anno il bottino è arrivato a 153 milioni. La tipologia “equity”, che prevede la sottoscrizione di capitale di rischio, quando cioè l’investitore diventa socio dell’impresa a tutti gli effetti, ha raggiunto i 33,3 milioni a fine giugno, 20,9 nell’ultimo anno: un 300 per cento in più rispetto al 2017. Invece la tipologia “lending”, il prestito con rimborso e remunerazione attraverso tassi di interesse, è arrivato a 216,9 milioni di euro complessivi, di cui 132,3 milioni solo nell’ultimo anno e 44,7 milioni solo per le imprese.

Il commento di Unindustria
«L’accesso al credito e l’apertura a fonti di finanziamento alternative – sottolinea Rosario Zoino, consigliere di Presidenza di Unindustria con delega alla Finanza per la crescita – rappresentano fattori cruciali per imprese più solide e per il rafforzamento complessivo del tessuto produttivo locale. Gli scenari nazionali e regionali evidenziano il bisogno di capitale di rischio riferibile alla cronica sottocapitalizzazione delle aziende e alla loro necessità di crescere e di investire per operare con successo in mercati sempre più competitivi e internazionalizzati. Unindustria ha attivato un Desk che accompagna le aziende nell’accesso al Programma Elite, una piattaforma di servizi integrati che supporta le aziende nel raggiungimento di adeguati standard patrimoniali, finanziari, di governance e di comunicazione verso il mercato. Tra cui la raccolta di capitali e il miglioramento dei rapporti con il sistema bancario e con gli investitori».

Un po’ di storia
La crisi del 2008 ha prodotto una contrazione del credito così forte da spingere le imprese a ricercare altre vie rispetto alle banche. In più la regolamentazione europea ha spinto gli istituti di credito a essere più severi nell’erogazione di mutui e finanziamenti. Il ricorso a questi strumenti è stato aiutato dagli incentivi introdotti nel 2013: in questo modo il governo ha dato la sua benedizione a canali alternativi a quello bancario. Gli operatori del settore hanno più volte puntualizzato che con le banche non c’è alcun attrito, ma un rapporto di complementare utile a far ripartire gli investimenti nel Paese. Eppure sui mercati internazionali, in particolare nel Regno Unito, il private debt è un diretto concorrente delle banche.

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