Pil, l’obiettivo di crescita all’1,5 per cento è davvero raggiungibile?

Giuseppe Di Taranto, economista alla Luiss: «Molto dipenderà dagli investimenti che hanno un effetto moltiplicativo sul reddito, ovvero sulla ricchezza nazionale che a sua volta ha un effetto sull'occupazione»

Il paese crescerà dell’1,5 per cento nel 2019. E’ questa la scommessa fatta dall’attuale governo, una delle condizioni su cui si fonda l’intera architettura della manovra di bilancio appena varata.

In molti pensano si tratti di una scommessa azzardata, di una previsione ottimistica. Lo ha detto a chiare lettere il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, definendo le previsioni sulla crescita “irrealistiche”. Il Fondo monetario internazionale vede il Pil italiano 2019 poco sopra l’1 per cento e da ultimo anche il centro studi di Confindustria, nella Congiuntura flash di ottobre, ha previsto un rallentamento della crescita con un aumento del Pil dello 0,9 per cento nel 2019, rispetto al +1,1 per cento del 2018. Se nel 2019 il Prodotto interno lordo sarà davvero più basso di quanto il governo si attende, quello che oggi la manovra indica come un deficit al 2,4 per cento rischia di essere molto più alto.

Abbiamo chiesto a Giuseppe Di Taranto, economista alla Luiss di aiutarci a capire se davvero l’ obiettivo di una crescita all’1,5 per cento è impossibile da raggiungere.
«Il vecchio Def fissava un rapporto deficit-Pil allo 0,8 per cento poi si è parlato dell’1,6, oggi questo rapporto è stato fissato al 2,4 che non è poco, significa 28 miliardi. Ma il punto fondamentale è capire come verranno spesi questi 28 miliardi. Molto dipenderà dagli investimenti che hanno un effetto moltiplicativo sul reddito, ovvero sulla ricchezza nazionale che a sua volta ha un effetto sull’occupazione. In quali settori verranno fatti questi investimenti? Per spingere la crescita devono avere un moltiplicatore molto alto, dovrebbero essere fatti per esempio in infrastrutture tecnologiche. E poi dovrebbero avere un’altra caratteristica fondamentale: di non spiazzare gli investimenti privati che sono di gran lunga superiori. L’altra questione fondamentale è quella dei tempi».

Giuseppe Di Taranto

Che vuol dire?
«Ormai sembra chiaro che il governo intende coinvolgere le aziende partecipate chiedendo loro di investire per stimolare la crescita. Eni per esempio prevede nei prossimi 4 anni 3-4 miliardi di investimenti, Terna 10 miliardi in 7 anni. All’incirca si parla di 20 miliardi di investimenti delle partecipate in 5 anni».

Questa sembra una buona notizia
«Vero. Ma vanno precisate alcune cose. La cosa assolutamente necessaria è fare sì che questi investimenti producano un effetto moltiplicatore del reddito in tempi brevi. Di sicuro possono mettere in moto la crescita ma i tempi rischiano di essere lunghi e non so se lo spread, cioè la speculazione​,​ attenderà tanto».

In Italia di solito si va per le lunghe…
«In effetti. Basta pensare a quelli che chiamiamo tempi di attraversamento: quelli che dividono il momento in cui si approva un progetto dal momento in cui iniziano i lavori. In Italia sono biblici: siamo fra i peggiori in Europa per lungaggini di ogni tipo, peggio anche di Spagna e Portogallo. Ecco allora che una riforma degli appalti, una sburocratizzazione diviene assolutamente indispensabile».

Questo degli investimenti può essere una buona arma nella trattativa con Bruxelles?
«Potrebbe. Ma giova ricordare che quasi tutti i governi precedenti hanno chiesto di escludere dalla regola del 3 per cento il deficit relativo agli investimenti. Lo ha fatto anche la Confindustria europea ma finora senza esito».

Dobbiamo davvero avere paura che lo spread raggiunga i 400 punti?
«E’ certo una situazione pericolosa. Le banche italiane sono piene di titoli di Stato ed è evidente che se lo spread sale, il valore di questi titoli scende. Dunque le banche hanno bisogno di nuova capitalizzazione, quindi ridurranno crediti a imprese e famiglie. Perciò ci auguriamo che non si arrivi a questo punto». 

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