Politici, dimmi dove mangiano e ti dirò chi sono

La guida gastronomico-mangereccia dei locali preferiti da parlamentari ed esponenti del governo

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L’ultima location degli “attovagliamenti” targati M5S-Lega è l’Arancio d’oro, a pochi passi da Piazza di Spagna, dove martedì sera Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno parlato di manovra per scongiurare la procedura d’infrazione Ue tra un piatto di filetto con broccoletti ripassati, una grigliata di calamari e un rosso “Schioppettino”.
Da sempre, cibo e potere vanno a braccetto. Maggioranze, governi, alleanze e tradimenti si mischiano ai piatti. E questo vale anche nell’era del governo gialloverde. È così che i ristoranti di Roma, specie nel centro storico, diventano il teatro della politica e quelli frequentati dai leader vanno continuamente aggiornati.
È la seconda volta che il premier vede i due soci di maggioranza fuori da palazzo Chigi. E questo ricorda i tempi della Prima Repubblica, quando strategie di partito e governo si decidevano spesso a tavola. A differenza del passato, però, la “Terza Repubblica mangiona” ha gusti e manie ben precise. Non c’è, infatti, un ritrovo vero e proprio. Il MoVimento 5 Stelle si conferma partito fluido: così come non ha una sede, non ha un posto fisso dove banchettare. E pure la Lega va in ordine sparso. La presenza di tanti giovani in Parlamento, poi, ha inciso molto sul trend gastronomico.

Lega e MoVimento 5 Stelle
Grillini e leghisti hanno ceduto quasi tutti al richiamo della cucina romanesca. Ma scelgono posti alla mano, easy e a prezzi accettabili, per un pasto veloce o un semplice drink, a portata di Aula. C’è, infatti, un gran ritorno alla trattoria per un bel piatto di carbonara o gricia. E va fortissimo il cibo giapponese (il sushi del “Daruma”, in piazza del Parlamento, è il più gettonato). Si porta molto, poi, l’aperitivo, non solo alla buvette di Montecitorio, a fine lavori d’Aula o Commissione. Se agli inizi i pentastellati preferivano andare a rifocillarsi alla mensa della Camera, snobbando il ristorante di Montecitorio considerato privilegio di casta, ora anche loro, da quando sono nella stanza dei bottoni, si sono istituzionalizzati e non disdegnano locali frequentati dai big politici di una volta.

Tra i ristoranti dove si registra un alto tasso di presenza gialloverde c’è “Pastation”, in piazza Campo Marzio, gestito da Tommaso Verdini, figlio dell’ex azzurro e leader di Ala, Denis, insieme ai soci Lorenzo Fossi e Aldo Pucci. Per un primo a pranzo, durante la pausa dei lavori parlamentari, vengono soprattutto i Cinque stelle, mentre a cena, per il “dopo voto”, è più facile incontrare i leghisti, come gli economisti salviniani guidati dal presidente della Bilancio della Camera, Claudio Borghi. Non mancano i forzisti (a cominciare da Vittorio Sgarbi) e i piddini (come Luca Lotti).

I leghisti in passato si affidavano alla cucina di “Gusto” a piazza Augusto Imperatore: qui Salvini riunì i suoi con un menu fisso a base di un fiore di zucca, un pacchero con pomodorini e gamberi e un secondo di carne. Ora, bacchette alla mano e soia, trangugiano riso sashimi e tempura nei giappo vicini alla Camera. Molti si ritrovano da “Maxela” per gustare piatti liguri e a “Casa Coppelle”, rispettivamente, in via e piazza delle Coppelle (frequentatore assiduo è il sottosegretario ai Trasporti, Edoardo Rixi). Gli esponenti del Carroccio bazzicano pure “Laganà” per una gricia e una trippa, in via dell’Orso.

I gusti di Salvini…
Il loro leader, Matteo Salvini, che dorme nell’appartamento riservato al ministro dell’Interno in piazza Grazioli (dove ha organizzato alcune cene con i suoi parlamentari a base di pizza e birra e ognuno portava qualcosa) si fa vedere spesso alle “Cave di Sant’Ignazio” a pochi passi da piazza Colonna, per un classico “casa-bottega”. A fine ottobre il segretario di via Bellerio ha cenato ‘da Sabatino’ con Di Maio e Conte per parlare di manovra e nomine Rai. A Salvini, però, piace spizzicare tranci di pizza margherita e bere un boccale di bionda ghiacciata dove gli capita.
Se molti pentastellati vanno matti per il giapponese, anche i parlamentari del Carroccio, specie i più giovani, si ritrovano in questa passione.

…e quelli di Di Maio
A Di Maio piace mangiare fuori. È stato pizzicato più volte da “Maccheroni”, in piazza della Coppelle, a un passo dalla Camera, e ultimamente si fa vedere da “Coso” vicino al Nuovo Cinema Olimpia, in via in Lucina, dove c’è l’ingresso posteriore della sede nazionale di Forza Italia (questa trattoria è frequentata pure da Roberto Speranza e Pierluigi Bersani di Liberi e Uguali).

Da Grillo a Di Battista
C’è poi il garante del M5S, Beppe Grillo, che preferisce invece chiudersi nel roof garden dell’Hotel Forum a rione Monti, suo quartier generale quando è in trasferta nella Capitale. L’ex comico genovese, soprattutto d’estate, pranza e cena, infatti, lontano da occhi indiscreti all’ultimo piano del suo albergo con vista sui Fori Imperiali. I grillini amano mangiare pure a “Quelli della Pizza” (qui cliente abituale era “Dibba”, ovvero Alessandro Di Battista, prima del viaggio oltreoceano), al “Retrobottega” e al “Sostegno”; i renziani optano per “Clemente” in piazza della Maddalena (di cui è un cliente affezionato il vicepresidente della Camera Ettore Rosato) e “Salotto 42”, mentre i franceschiniani si fanno vedere da “Spiriti”, in piazza di Pietra.

Partito democratico
L’ex ministro Piero Fassino preferisce un classico, “Fortunato” al Pantheon, meta prediletta di Fanfani e De Mita: la Dc lo aveva scelto come luogo d’elezione per cene e ritrovi e, fra le sue mura, così come a piazza del Gesù, decideva le strategie della Prima Repubblica. I Dem più gourmant e amanti del pesce fresco vanno da “Il Sanlorenzo”, in via dei Chiavari, vicino a Campo dei fiori. Altri sono stati avvistati nella grande sala del ‘400 con soffitti a volta e colonne di marmo della storica cantina “Casa Bleve”, di Palazzo Lante, nel cuore del Rione Sant’Eustachio.
L’ex premier Renzi, ora senatore Pd, molto attento alla forma e alla privacy culinaria, centellina le sue uscite gastronomiche ma è stato avvistato in questi anni da “Roscioli” e ai tavolini di “Baccano”, il locale vintage vicino al teatro Quirino, sulle orme del “Balthazar” di New York, dove apprezza gli spaghetti burro e alici. Senza dimenticare Eataly, regno di Oscar Farinetti.
Nella classifica dei ristoranti c’è la new entry “Al Ceppo”, ai Parioli, dove si sono attovagliati di recente l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e Carlo Calenda.

Forza Italia e Fratelli d’Italia
Se Berlusconi, quando è nella capitale, preferisce starsene a palazzo Grazioli e cenare nella sua residenza in via del Plebiscito, i parlamentari di Forza Italia mangiano in ristoranti tradizionali, per lo più romaneschi (come “Il Moro” dove il must è una amatriciana rivisitata con peperoncino) e hanno ceduto alla moda del sushi.
L’ultimo indirizzo trendy è l’aperitivo o la cena nella terrazza del giapponese “Zuma”, a palazzo Fendi, con vista su Roma. Deputati e senatori di Fratelli d’Italia (da La Russa a Lollobrigida) si ritrovano, invece, è la “Campana”, a pochi metri da piazza Nicosia, di proprietà del parlamentare Paolo Trancassini. Qui di casa è Giorgia Meloni, ma per gustare i carciofi alla romana si trasforma in tavola bipartisan: una volta veniva spesso Roberto Maroni, ora si fa vedere il senatore Gianluigi Paragone e anche l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando.

Sardine, crostate e torte vegane
Sbirciando tra le abitudini alimentari dei leader di ieri e di oggi, si scopre che non si risparmiano a tavola, e che in materia di gola ognuno di loro ha un vezzo. Se il Cav ci aveva abituato al menu tricolore preparato dallo chef personale Michele Persechini a palazzo Grazioli così come a palazzo Chigi (caprese, pasta al pesto, pennette al pomodoro e ai quattro formaggi con tagliata e verdure; gelato fragola, pistacchio e crema), fu Massimo D’Alema a sdoganare la crostata, che diede il nome al patto stretto nel ’97 con Gianfranco Fini, il Cav e Franco Marini a casa di Gianni Letta alla Camilluccia. E se Umberto Bossi portò agli onori della cronaca il frugale pasto delle sardine a casa sua, che sancì il ribaltone del ’94, è stato Luigi Di Maio a dare dignità alla torta vegana con cui (quando era vicepresidente della Camera) festeggiò i suoi 30 anni.

Fonte: Vittorio Amato/AdnKronos

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