Polizia, Amnesty lancia la petizione per inserire i numeri identificativi

La battaglia non è nuova. Va avanti dai pasticci del G8 di Genova, dalla morte di Carlo Giuliani e dall’assalto alla scuola Diaz

Polizia
Casco con numeri (fonte: www.amnesty.it)

Amnesty International Italia ci riprova. E lancia una petizione online per dotare le forze di polizia di codici identificativi alfanumerici individuali durante le operazioni di ordine pubblico. La battaglia non è nuova. Va avanti dai pasticci del G8 di Genova, dalla morte di Carlo Giuliani e dall’assalto alla scuola Diaz. Anche il Parlamento europeo è stato chiaro in passato sollecitando più volte gli stati membri «a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo». In alcuni Paesi la raccomandazione è diventata legge (Francia e Olanda ad esempio). Non in Italia, dove le proposte sono cadute sistematicamente nel vuoto nelle passate legislature. Amnesty si batte per «porre fine alle violazioni dei diritti umani», per difendere chi ha «subito un uso sproporzionato della forza durante manifestazioni o assemblee pubbliche». Del resto, «in parte il motivo della petizione è legato all’impossibilità di identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria». Ancora. «La richiesta è quella di esporre un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi per gli agenti e i funzionari di polizia (senza distinzione di ordine e grado) impegnati in operazioni di ordine pubblico. Ciò avrebbe un duplice effetto di trasparenza: verso i cittadini, che saprebbero chi hanno di fronte, e a garanzia di tutti gli agenti delle forze dell’ordine che svolgono correttamente il loro servizio». Alla campagna hanno aderito A Buon Diritto, Antigone, Associazione Stefano Cucchi Onlus e Cittadinanzattiva.    

Per Salvini e Gabrielli
Il testo della petizione è indirizzato in primis al ministro dell’Interno Matteo Salvini e al capo della Polizia, il prefetto Franco Gabrielli. Proprio Salvini si era schierato contro questa possibilità pochi mesi fa: «Il mio obiettivo è non mettere il numero sui caschi dei poliziotti, che sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti anche senza il numero in testa». Pensiero simile a quello dell’ex ministro Angelino Alfano che si era espresso in questa maniera cinque anni fa: «Che facciamo, vogliamo fargli bussare a casa?».

Parla Marchesi
Così Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia: «Questa campagna non è “contro le forze di polizia”, che sono attori chiave nella protezione dei diritti umani. Affinché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e incontri la piena fiducia di tutti, è però fondamentale che eventuali episodi di uso ingiustificato o eccessivo della forza siano riconosciuti e sanzionati adeguatamente, senza che si frappongano ostacoli all’accertamento delle responsabilità individuali. L’introduzione di misure come i codici identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico rappresenta non solo una garanzia per il cittadino, ma anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia: una misura che non dovrebbe essere temuta né avversata da chi svolge il proprio lavoro in maniera conforme alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani».     

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