Psichiatria, tre milioni di italiani sono depressi. Un milione è grave

Solo nel 2017 vi sono stati 92 mila ricoveri in strutture specialistiche e 600 mila accessi al pronto soccorso per patologie psichiatriche, di cui il 47 per cento per sindromi nevrotiche o somatoformi

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In Italia oltre 3 milioni di persone soffrono di una forma di depressione, di cui più di 2 milioni sono donne. Circa un milione di pazienti è affetto da depressione maggiore, ma di questi solo la metà ha ottenuto una diagnosi e riceve un trattamento. E fra i malati più gravi in cura, il 30 per cento circa (130 mila) non risponde alle terapie tradizionali nonostante una corretta aderenza ai farmaci, somministrati in dosi e per tempi adeguati. E’ il quadro allarmante delineato a Milano durante l’incontro “Depressione sfida del secolo, verso un Piano nazionale per la gestione della malattia”, organizzato in occasione della Giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre) da Janssen, azienda farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson, e dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere (Onda).

Durante i lavori tutti i relatori hanno firmato simbolicamente una copia del primo Libro bianco Onda sulla salute mentale in Italia, che dopo questa presentazione ufficiale nel capoluogo lombardo verrà portato all’attenzione delle Istituzioni regionali nel corso del 2020. Serve «un impegno condiviso e concreto volto a combattere gli stereotipi, facilitare l’accesso alle cure anche innovative e migliorare la qualità della vita di chi soffre, contribuendo al tempo stesso a ridurre l’alto impatto di risorse socio economiche legato a questa patologia», ammoniscono gli esperti lanciando «una call to action per arrivare ad avere anche in Italia un Piano nazionale per la gestione della malattia».

Fra il 2005 e il 2015 i casi sono infatti aumentati del 20 per cento circa, tanto che oggi nel mondo la depressione colpisce più di 300 milioni di persone ed è diventata la prima causa di disabilità a livello globale riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Fino a 20 anni fa era al quarto posto.

Pochi medici e carenza di personale specializzato
Meno medici, soprattutto psichiatri, e carenza di personale specializzato, in primo luogo infermieri e tecnici della riabilitazione. E più pazienti con disturbi mentali. Solo nel 2017 vi sono stati 92 mila ricoveri in strutture specialistiche, e 600 mila accessi al pronto soccorso (contro i circa 576 mila del 2016) per patologie psichiatriche, di cui il 47 per cento per sindromi nevrotiche o somatoformi, che potrebbero essere effettuate negli ambulatori se fossero più efficienti.  Aumenta dunque il carico per la psichiatria a fronte di minori possibilità di assistenza. «Anche l’attività ospedaliera è al collasso – sostiene la Sip – sono in aumento i ricoveri come dimostra la crescita delle schede di dimissione (Sdo) dalle strutture psichiatriche ospedaliere, pubbliche e private (108.874 nel 2016 e 109.622 nel 2017), e le giornate di ricovero (da 1.382.719 nel 2016 a 1.418.336 nel 2017) con conseguente aumento della degenza media da 12,7 giorni nel 2016 a 12,9 giorni nel 2017.

Ma i professionisti «sono ormai ridotti all’osso», denuncia la Sip, passati da 62,4 nel 2016 per 100 mila abitanti a 56,6 nel 2017: circa 600 psichiatri in meno in un solo anno in Italia, sottoposti a turni massacranti fra orario e reperibilità o guardie, a rischio di burn-outcon aumento di assenze per malattia, infortuni, demotivazione. Questo a causa di scarsi finanziamenti che non permettono il rinnovamento del personale e il miglioramento della qualità dell’assistenza. In sofferenza anche le prestazioni sanitarie, scese da 11.860.073 nel 2016 a circa 11.474.000 nel 2017, mentre crescono i pazienti bisognosi di cure, passati da 807 mila circa nel 2016 a più di 851 mila nel 2017, per problematiche sempre più complesse e pesanti. Aumentano quelli con vincoli giudiziari per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, quelli affetti da autismo o da Adhd (disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività), con disturbi del comportamento alimentare, con doppia diagnosi per uso di sostanze stupefacenti o alcool e con complicanze internistiche, migranti e anziani con alterazioni comportamentali dovute ai disturbi cognitivi. Condizioni complesse spesso a rischio di cronicizzazione per l’impossibilità di garantire percorsi diagnostico terapeutico assistenziali adeguati, e per la mancata intercettazione delle situazioni cliniche all’esordio. A farne le spese sono i pazienti e le loro famiglie costretti a subire il ritardo anche della presa in carico da parte dei Centri di salute mentale, con ridotta apertura oraria, attivi solo in poche Regioni per 12 ore al giorno 5 giorni a settimana come invece era previsto dai progetti obiettivi Tutela della salute mentale 1994-1996 e 1998-2000, con una conseguente diminuzione delle prestazioni e una dilatazione temporale, anche di 45 giorni, fra un controllo e il successivo. Benché la situazione sia grave, le possibilità per risanare queste criticità, secondo gli psichiatri, ci sarebbero: tornare a potenziare i servizi territoriali al fine di intercettare il disturbo psichiatrico prima che divenga cronico, e investire in percorsi di cura efficaci basandosi sui trattamenti con le innovazioni tecnologiche farmacologiche e psicosociali sulla base delle evidenze scientifiche.

«La psichiatria italiana – dichiara Enrico Zanalda, presidente della Sip e direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Torino 3 – soffre innanzitutto della riduzione del numero di operatori. A ciò si aggiunge la grave disomogeneità nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza in salute mentale e, dunque, il raggiungimento di standard di qualità confrontabili nelle varie realtà regionali, come dimostrano i report annuali del Servizio informatico della salute mentale pubblicati dal ministero della Salute negli ultimi tre anni». Nonostante le criticità, la psichiatria e il territorio vantano diversi punti di forza. «Occorre valorizzate le buone pratiche esistenti a livello locale, favorendo il confronto, l’accreditamento tra pari e forme di collaborazione, e programmare a livello nazionale e regionale finanziamenti per la realizzazione di interventi integrati con l’impiego congiunto di risorse sanitarie, sociali, finalizzate all’inclusione dei pazienti dei Dipartimenti di Salute Mentale e dei loro familiari, nonché delle associazioni che li rappresentano, nel tessuto sociale in una logica di empowerment», conclude Zanalda. 

Classifica europea
L’Italia è al ventesimo posto in Europa per la spesa media dedicata ai servizi di salute mentale: al settore viene destinato meno del 3,5 per cento della spesa sanitaria totale, rispetto all’8-15 per cento investito negli altri Paesi del G7.  L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) colloca ormai la depressione al primo posto fra le cause di disabilità a livello globale. Soprattutto nelle sue forme più gravi – la cosiddetta depressione maggiore che colpisce circa il 2 per cento della popolazione italiana, con una netta prevalenza femminile – la malattia è fortemente invalidante e pesa sia sulla qualità di vita di chi ne soffre e dei caregiver, sia sui costi sociali. Da una recente indagine condotta su oltre 300 pazienti italiani, risulta che le giornate di lavoro perse ogni anno sono mediamente 42: circa un giorno a settimana. «Risulta quindi doveroso da parte di tutti gli attori – avvertono gli esperti – prendere parte a una call to action concreta per un impegno concreto».