Rapporto Istat 2018, in Italia la “dote familiare” è determinante per avere successo

L'Istituto di statistica fotografa la situazione del Paese attraverso il tema delle reti, da quelle economiche e sociali, alle reti d’imprese, reti di parentela e di amicizia. In tema occupazionale il canale informale è uno dei più utilizzati per cercare e trovare lavoro

La presentazione del Rapporto alla Camera dei Deputati

Sessanta milioni di residenti (per la precisione 60,5), con un’incidenza della popolazione straniera dell’8,4 per cento (5,6 milioni di persone), e nascite al minimo storico (sono in calo da nove anni: nel 2008 erano state 577 mila, nel 2017 sono state 464 mila). E’ la fotografia della popolazione italiana scattata dall’Istat nell’annuale rapporto sulla situazione del Paese. Si fanno meno figli e sempre più tardi ma siamo uno dei paesi più longevi al mondo: un neonato di oggi ha un’aspettativa di vita che sfiora gli 81 anni se è maschio e gli 85 se è femmina. Tuttavia, in presenza di un calo di natalità, aumenta lo squilibrio demografico: con quasi 170 anziani (persone di almeno 65 anni) ogni 100 giovani (tra 0 e 14 anni), l’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo dopo il Giappone.
E’ da questi dati che parte il Rapporto 2018 dell’Istat offrendo, come da tradizione, una riflessione documentata sulle trasformazioni del Paese, con lo scopo di delineare prospettive per il futuro e possibilità di crescita. La ventiseiesima edizione sviluppa questa analisi attraverso il tema delle reti, rispondendo a quesiti di ricerca che riguardano le reti economiche e sociali, in particolare reti d’imprese, reti sul mercato del lavoro, reti di parentela e di amicizia, aiuti dati e ricevuti tra reti sociali, reti in ambito migratorio.

Il mercato del lavoro
Per quanto riguarda, in particolare, il tema del lavoro, il Rapporto mette in evidenza quanto la dote familiare, sia in termini di beni economici, sia di titoli di studio e attività dei genitori, sia “determinante” per avere successo: solo il 18,5 per cento di chi parte dal basso si laurea e il 14,8 per cento ha un lavoro qualificato. La cerchia di parenti e amici è determinante anche nel trovare e non solo nel cercare un impiego: basti pensare che la rete “informale” è stato il secondo canale di accesso al mondo del lavoro per ben il 24,3 per cento dei laureati nel 2011 occupati nel 2015. Dall’indagine sulle forze di lavoro risulta che quasi il 90 per cento delle persone che nelle quattro settimane precedenti l’intervista ha fatto qualche azione di ricerca di lavoro, attiva reti informali. Il Rapporto mette poi in evidenza come questo canale sia più usato da chi ha un titolo di studio basso, un’età elevata e risiede in una regione del sud.

Focus sul sud Italia
Dall’analisi dell’Istat risulta che il Mezzogiorno è l’unica ripartizione geografica con un saldo occupazionale negativo rispetto al 2008 (-310 mila, -4,8%). La quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet), nelle regioni del sud Italia è più che doppia rispetto a quelle del nord. I Neet seppure in calo, a 2,2 milioni nel 2017, sono ancora il 16,7 per cento al Nord e 34,4 per cento al Sud.

Geografia occupazionale
Il Rapporto rileva come in dieci anni sia cambiata la cosiddetta “mappa” del lavoro, con le professioni qualificate e tecniche scese di 362mila unità e le “professioni esecutive del commercio e dei servizi”  cresciute di 861mila persone. Tra il 2008 e il 2017 sono scesi di un milione anche gli occupati classificati come “operai e artigiani”, nell’industria si sono perse 895mila unità nei servizi se ne sono guadagnate 810mila.

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