Reddito di cittadinanza, quando lavorare non conviene

«Il reddito di cittadinanza funziona come un incentivo alla disoccupazione e una tassa sull’occupazione. A chiunque guadagna fino 858 euro conviene perdere il posto e ricevere soldi senza fare nulla. Integrandoli magari con un lavoro in nero», ha affermato il presidente di AssoCall, Leonardo Papagni, commentando il provvedimento del governo

reddito di cittadinanza

Alcuni settori dell’economia potrebbero non sopravvivere al reddito di cittadinanza. È quanto emerge dal confronto tra il decreto legge 4 del 2019 e i contratti collettivi nazionali di lavoro. Il provvedimento prevede l’erogazione di 780 euro al mese fino all’accettazione di almeno una delle tre proposte di lavoro selezionate dai centri per l’impiego. Tuttavia un emendamento introdotto in Senato impone che la retribuzione dei lavori debba essere «superiore di almeno il 10 per cento del beneficio massimo fruibile da un solo individuo». Ai 780 euro quindi ne vanno aggiunti altri 78, che fanno lievitare la paga minima a 858 euro mensili.

I settori interessati
Il tetto obbligatorio rischia di penalizzare i lavori con stipendi simili. Come quelli legati alla ristorazione. «Sarà un problema di non facile gestione, anche perché saranno coinvolti anche tutti i servizi accessori, come il catering – ha spiegato il presidente dell’Associazione professionale cuochi italiani Roberto Carcangiu –. Alcune figure al Nord vengono pagate anche 1200 euro, mentre nel Centro e nel Sud Italia per le stesse mansioni si ricevono 600 euro al mese e in nero. Se lo Stato ti regala 850 euro per non fare niente, significa che il datore di lavoro ne dovrà offrire di più. In un momento in cui nella ristorazione c’è molto movimento ma manca la redditività. Chi ha un giro d’affari abbastanza importante potrà aumentare gli stipendi anche di 200 o 300 euro, pagandone in tutto 600, contributi compresi. Gli altri si dovranno arrangiare con meno personale. Nella peggiore delle ipotesi, invece di dare uno stipendio di 850 euro pagando i contributi, se ne offriranno magari 1300 o 1400 ma in nero. Imprenditore e dipendente ci guadagneranno, ma chi ci perderà sarà l’erario». Stessa sorte per gli apprendisti parrucchieri, che da contratto percepiscono in media tra 820 e 830 euro per restare in negozio 40 ore alla settimana.

La guerra ai call center
Un costo pesante lo pagheranno anche i call center. Non sono pochi i professionisti impiegati per poche ore al giorno. «Il reddito di cittadinanza funziona come un incentivo alla disoccupazione e una tassa sull’occupazione – ha affermato il presidente di AssoCall Leonardo Papagni –. A chiunque guadagna fino 858 euro lavorando, conviene perdere il posto e ricevere soldi senza fare nulla. Integrandoli magari con un lavoro in nero. Il nostro è un settore che si basa soprattutto su contratti di collaborazione e rapporti di para-subordinazione. Misure per arginare la riduzione della domanda di lavoro non possiamo inventarcele. Confidiamo nella voglia e nella capacità che ogni lavoro, anche quello degli operatori telefonici, sia migliore e più gratificante del reddito di cittadinanza».

Addio al part-time
La formula più penalizzata è quella del part-time, scelta sia da chi intende contribuire al bilancio familiare senza trascurare la cura della casa e della famiglia, sia dai profili con un basso indice di occupabilità, che potrebbero rimanere fuori dal mercato. Un esempio sono i lavoratori stagionali, che per 180 giornate lavorative all’anno ricevono 505,05 euro al mese. Stesso discorso per le imprese di pulizie, addetti mensa, portinai, manutentori e operatori nel lavoro domestico, come badanti, colf e babysitter. «Queste attività vengono effettuate da persone che lavorano part time con turni dalle 4 alle 6 ore, raramente di 8 – ha specificato Paolo Sarzana presidente di Assocontact –. Lo stipendio si avvicina al reddito di cittadinanza. Il lavoro nei call center viene svolto da studenti o da persone che rientrano in una seconda fase della vita lavorativa, in prevalenza donne provenienti dal Centro e dal Sud. Ricette o piani d’emergenza non ne abbiamo: occorrerà verificare l’impatto reale della misura. Poi ogni azienda deciderà da sé come comportarsi».