Regionalismo differenziato, non solo il nord chiede più autonomia

Oltre a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, anche altre regioni iniziano a considerare il provvedimento

regionalismo differenziato
Il governatore del Veneto, Luca Zaia, e il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani

Si chiama regionalismo differenziato e da qualche giorno occupa il dibattito politico con toni anche abbastanza accesi. Al punto che, come accade di solito, il governo ha deciso di non decidere, rinviando tutto all’indomani delle elezioni europee. Invero, non si parla di una novità, perché un regionalismo con poteri e competenze più allargate divenne sostanza costituzionale con la modifica del Titolo V della nostra Carta, voluta nel 2001 dal governo  di centrosinistra e approvata con referendum. L’argomento è ritornato alla ribalta dopo che lo Stato ha riconosciuto lo scorso anno al Veneto, alla Lombardia e all’Emilia Romagna che ne avevano fatto richiesta diretta (il Veneto con referendum), di vedere aumentate le competenze già acquisite, sottraendone diverse altre alla gestione centralistica. Sarebbe questo, secondo alcuni, un modo per delegare ulteriormente i poteri e un più incisivo invito alla correttezza amministrativa delle regioni, chiamate a gestire direttamente risorse oggi erogate e controllate nella spesa esclusivamente dallo Stato.

Cosa cambia
Una riforma, va sottolineato, a costo zero: se ad ogni regione e per ciascuna voce relativa ai vari settori di competenza lo Stato trasferisce attualmente una determinata somma, essa resterebbe uguale, cambierebbe solo il criterio amministrativo, perché sarebbero le stesse regioni a decidere come spenderla. Una discrezionalità che dovrebbe avere come conseguenza positiva maggiore oculatezza nella gestione dei fondi, più attenzione al risparmio contro gli sprechi, più responsabilità. Non verrebbe meno il principio di solidarietà, né la determinazione dei livelli essenziali di prestazione, uguali per tutte le regioni, come già previsto dalla legge Calderoli del 2009 sulla ricognizione dei fabbisogni e sui costi standard. “Ma di certo un nuovo modo – ha detto Erika Stefani, ministro degli Affari Regionali – per intendere il rapporto fra Stato e regioni”.

A chi interessa
Sul regionalismo differenziato, che alletta anche Liguria, Piemonte, Toscana, Umbria e Marche, le parti politiche si sono divise, quelle di governo più favorevoli con qualche distinguo, le opposizioni contrarie in prevalenza. Potrebbe aggravarsi, secondo i dissenzienti, il divario nord-sud e vedere un’Italia più divisa. Ma non si può parlare di rifiuto allargato delle regioni meridionali. La Basilicata, ad esempio, che fa registrare una crescita del pil molto alta, ha chiesto più competenza in cinque materie, contro le 22 di Veneto e Lombardia e le 15  dell’Emilia-Romagna. Per i lucani sarebbe molto vantaggiosa la gestione in autonomia delle royalties derivanti dall’estrazione del petrolio in Val d’Agri, la Texas italiana. Per la Puglia, che ha avviato le procedure per un referendum consultivo come in Veneto, l’autonomia allargata sarebbe un modo per superare la burocrazia soffocante che frena ogni iniziativa. La Campania si avvia sulla stessa linea, ma prima chiede la determinazione dei livelli minimi di prestazione. La Calabria si oppone decisamente a quella che chiama “secessione dei ricchi” e sollecita un’alleanza del Sud contro la riforma, avversata anche dallo Svimez che dice no, fra l’altro, alle trattenute dei residui fiscali al Nord.

Ribaltare lo strapotere del nord
Va detto che le regioni italiane non hanno dato in maggioranza buona prova di sé nella gestione delle competenze a loro riconosciute, quelle del Sud in particolare per quanto riguarda la spesa sanitaria fuori controllo. Si registra un’efficienza a macchia di leopardo tutta a vantaggio del Nord, ma l’autonomia differenziata potrebbe produrre un’inversione di tendenza, da somministrare tuttavia con giudizio, selezionando attentamente le materie a cui rinunciare.  E’ un dato di fatto che il potere di interferenza o di veto dei territori in settori come le reti di comunicazione o l’energia, continui ad essere ostacolo al decollo e alla rapida attuazione di progetti come Tav, Tap, trivellazioni, inceneritori di rifiuti. Lo Stato deve sì decentrare e delegare, ma non rinunciare alla competenza su materie così strategiche.

 

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